È un caso editoriale di notevole interesse la momentanea duologia di 28 anni dopo: pensata per riprendere le fila del cult del 2002, ignorare il sequel di Fresnadillo del 2007, e girata back to back da Danny Boyle e Nia DaCosta sullo script del fido Alex Garland. In attesa di un terzo capitolo conclusivo che, secondo Deadline, dovrebbe già aver ottenuto il via libera.
Ragionare su Il tempio delle ossa nei termini di film a sé stante, vista e considerata la natura gemellare di questi primi due terzi del progetto, avrebbe dunque ben poco senso. Non solo, rischierebbe di erodere le fondamenta di un discorso che nello scarto tra la grammatica dei due cineasti regala i maggiori spunti di riflessione. E che, a partire dal denominatore comune della firma in sceneggiatura, svela metodi di approccio e rapporti di potere interni che molto hanno a che fare con la direzione identitaria di quello che, di fatto, si è ormai trasformato in un franchise.
Ma andiamo con ordine.
Interrottosi al termine di un primo coming of age del protagonista e scosso dal brusco sopraggiungere della squadra di assassini capitanata da sir Lord Jimmy Crystal, il viaggio del giovane Spike attraverso le lande infette del Regno Unito ricomincia sotto lo sguardo di DaCosta in piena soluzione di continuità con il capitolo precedente. Di lì a qualche minuto, un rito di iniziazione bagnato dal sangue sancisce l’ingresso del ragazzino nella gang. E consegna Spike, suo malgrado, all'anti-umanità di una banda di satanisti fondata su un bizzarro culto della personalità del loro leader, presunto discendente del Grande Caprone in persona.
Umanità. È questa, forse prevedibilmente, la parola chiave dell’opera di DaCosta. Del resto la grande protagonista della saga dai tempi di 28 giorni: indagata, osservata al vetriolo e già ampiamente condannata da Boyle all’interno dei meccanismi distopici di un progetto che, almeno dal punto di vista narrativo, ha sempre scelto con consapevolezza di adottare i più classici stilemi del genere. Preferendo lasciare alle immagini – e dunque alla composizione formale del testo-film – qualsiasi volo o sussulto di natura teorica.
Quella raccontata da Boyle, Garland e DaCosta è un’umanità multiforme. Mostruosa e corrotta dal virus, sadica e allo stato brado. Isolata nella sopravvivenza e insieme distaccata, fredda, calcolatrice. Neonata eppure decrepita, sempre uguale a se stessa, reiterata nelle sue perversioni come i Jimmy della gang di Jack O'Connell. È un’umanità che passa dagli occhi (e quindi dal cinema) e che forse ancora vive nello sguardo dei più piccoli e degli insospettabili. Sepolta al di là del sangue, della rabbia e dell’homo homini lupus vigente.
In un montaggio alternato che ripropone la compartecipazione tra i filoni narrativo e contemplativo presentati da Boyle, DaCosta ha qui insomma il compito di aggiungere qualche paragrafo al trattato antropologico del collega britannico. Ma, ed è questo l’aspetto di maggior interesse del film, sembra più che altro auto-relegarsi alla gestione delle vicende dei Jimmy e degli aspetti più convenzionalmente horror del racconto (probabilmente più affini al percorso della regista di Candyman e, non a caso, contraddistinti da una messa in scena abbastanza standardizzata, o quantomeno riconoscibile). All’insegna di una road adventure vagamente sconclusionata utile più che altro alla caratterizzazione della gang e come raccordo geografico e narrativo.
Ad emergere, in corrispondenza delle sequenze che vedono protagonista il dottor Kelson di Ralph Fiennes (già portavoce di Boyle e trascinatore indiscusso di storia e poetica dell’opera) sono invece la scrittura e la personalità del co-autore Alex Garland, padre putativo di questo secondo capitolo e abile a colmare il “vuoto di potere” in cabina di regia per innestare il proprio sguardo – complementare a quello di DaCosta, ma in grado di prendere il sopravvento nei frangenti decisivi della narrazione.
Chi ho davanti? Con chi sto interagendo? sembra del resto domandarsi il dottor Kelson durante uno dei tanti “colloqui” con l’infetto Samson, impegnato nella medesima ricerca umanitaria che guidava le sessioni del programmatore Caleb Smith con l’androide Ava in Ex Machina. E se ancora esiste, dove risiede quella scintilla che può liberare un gigante afasico dal proprio tormento e permettergli di sollevare la testa, per interrogare il cielo e i suoi astri più luminosi?
La risposta, a fronte del coinvolgimento di DaCosta che, pur guidando la macchina da presa, appare almeno in parte esclusa da una visione panoramica della materia narrata, è ancora una volta coerente con l’idea di cinema dei due autori inglesi. Chiamati, probabilmente mai come ora, a condividere un rapporto di estremo equilibrio e sinergia produttivo-realizzativa.
“Memento mori e amoris” invocava Danny Boyle nell’estate del 2025. Individuando nel ricordo di ciò che ci rende umani l’unica via di fuga da una realtà priva di memoria. Raccontata nella frammentazione visiva di un gruppo di Iphone 15, in quella narrativa della confusione mentale della madre di Spike (malata di cancro) e nella proposta di una sorta di montaggio intellettuale condito da immagini d’archivio – volto forse a descrivere la storia dell’uomo nei tratti di un eterno presente d’odio e guerra civile.
Ricorda di ricordare, aggiunge oggi Alex Garland. Semplicemente. E 28 giorni dopo l’uscita di quel compendio di mito, arte e credenze terrestri che è l’oltre-umano Avatar – Fuoco e Cenere, il regista e scrittore britannico ci riporta al centro del discorso scegliendo l’ossario di Fiennes come set privilegiato del film. Per animarlo del fuoco di sonorità che furono, annullare le differenze, e sfottere le insensatezze favolistiche di una “religione” che non porta sollievo, ma violenza in serie (di nuovo i Jimmy). Per poi permetterci di fuggire, giovani e colmi di speranza, alla ricerca della salvezza conservata da un altro ricordo (il cameo di Cillian Murphy). A cui aggrapparci con tutte le nostre forze per sopravvivere al cannibalismo del mondo.