Rischia di essere un film fuori tempo massimo Send Help, negli anni in cui l’horror e il thriller vivono una profonda crisi tra la necessità di essere elevated (sempre allegorico e privo di violenza grafica marcata) o al massimo di tenere in vita i profitti di grandi proprietà intellettuali. Insomma, tra The Lighthouse e Us, Scream 7, Non aprite quella porta 8 e Halloween 9, non è chiaro che tipo di spazio possa occupare un film così “novecentesco”. Eppure quello di Sam Raimi è un ritorno che regala quantomeno un sorriso a tutti coloro che negli ultimi 17 anni lo hanno atteso e che avevano ormai perso le speranze.
In termini assolutamente tecnici, era già tornato dietro alla macchina da presa in due occasioni in questo lasso di tempo, nel 2013 per Il grande e potente Oz e nel 2022 per Doctor Strange nel multiverso della follia. Però del cineasta classe ‘59 lì non c’era proprio nulla, se non qualche singola intuizione incastrata in un tipo di cinema troppo allineato ad esigenze editoriali ben distanti da quelle di Raimi. Era allora dal 2009 che mancava un film propriamente suo, un’eternità. Basti pensare che allora sarebbe dovuta essere una piccola parentesi tra la sua trilogia di Spider-Man (i tre capitoli risalgono al 2002, 2004 e 2007) e quella successiva, con i capitoli 4,5 e 7 che erano già in fase di sviluppo. Non esisteva ancora l’MCU (Iron Man era arrivato appena un anno prima), si attendeva con ansia il dittico che avrebbe chiuso la saga di Harry Potter e mancavano due anni alla prima storica puntata de Il trono di spade. Per dire, Berlusconi era ancora il presidente del Consiglio e nessuno aveva mai sentito nominare Ruby Rubacuori. Era davvero un altro mondo, caduto nel baratro della crisi pochi mesi prima e in attesa di grandi cambiamenti di cui era impossibile intuire la portata. E proprio Drag Me to Hell era riuscito ad intercettare tutto ciò, diventando di fatto lo specchio perfetto dei suoi stessi anni. E poi il silenzio, interrotto con un film per certi versi simile, Send Help.
Simile nel momento in cui anche in questo caso Raimi tenta di imbastire, attraverso il linguaggio del cinema di genere, un discorso profondamente politico, basato sui rapporti di potere e di genere all’interno di un luogo di lavoro. Linda (Rachel McAdams) è infatti un’impiegata presso un'importante azienda, in procinto di promozione. Le sue aspettative vengono però deluse dall’arrivo di un nuovo presidente, Bradley (Dylan O’Brien), che decide infatti di affidare l’incarico ad un collega meno esperto, ma più adatto alle pubbliche relazioni. Quando partono insieme per un viaggio di lavoro verso Bangkok, l’aereo su cui viaggiano si imbatte in una tempesta e precipita, lasciando come unici superstiti, naufraghi su un’isola del Pacifico, Bradley e Linda. Quest’ultima è una grande appassionata di show televisivi di sopravvivenza e di conseguenza i rapporti di forza si invertono improvvisamente. Sarà lei allora ad avere in pugno la situazione e a rivestire quindi una posizione di potere.
I riferimenti cinematografici che potrebbero venire in mente sono tanti, da Cast Away a Misery non deve morire (Bradley è infatti inizialmente ferito, costretto alle cure di Linda), passando per i più calzanti Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d'agosto di Lina Wertmüller a Triangle of Sadness di Ruben Östlund. Proprio il suo essere un grande melting pot di opere già viste costituisce probabilmente il più grande difetto di Send Help. In primis per una carenza di originalità e prevedibilità, anche perché i film citati sono tutti, quale più quale meno, noti al pubblico e non necessariamente ai soli appassionati, motivo per cui qualsiasi elemento “preso in prestito” è già ampiamente leggibile non appena richiamato. In secondo luogo perché, in anni in cui si sta pian piano riconoscendo – e proprio Raimi, dagli anni ‘80 ad oggi, ha avuto un ruolo centrale in un simile discorso – una dignità al cinema di genere pari a quella di quello tradizionalmente considerato d’autore, qui si compie un passo indietro. Già, perché nell’elenco precedente ci sono solo pellicole superiori a Send Help: il naufrago di Cast Away è più credibile di Linda e Bradley; il rapporto tra i protagonisti di Misery deve morire è più incisivo sotto il punto di vista della tensione; il discorso politico di Lina Wertmüller è in grado di caricarsi anche di un significato erotico qui totalmente assente.
Su tutte, sono le citazioni a Triangle of Sadness che darebbero al regista svedese, non sempre sportivo, almeno un paio di buone ragioni per valutare una querela. Al film Palma d’oro nel 2022 va infatti attribuita la paternità del colpo di scena finale di Send Help (dove però, come precedentemente scritto, è assai più prevedibile). E poi da Östlund, in particolare dalla sequenza conclusiva sulle note di Marea (We’ve Lost Dancing) – quella in cui Abigail solleva la pietra pronta ad uccidere Yaya e quella immediatamente successiva in cui Carl corre ostacolato dalla flora dell’isola –, che Raimi copia, mettendole in scena praticamente allo stesso modo. Attenzione, il problema in sé non sta nelle citazioni, figuriamoci! Sta però nel modo in cui queste, se messe accanto al loro originale, sottolineano il profondo scarto tra i due film. Ne deriva che, nel confronto, alla faccia di chi (come noi di Querelle) crede nella parità tra il genere e l’arthouse, occorre riconoscere al cinema d’autore una maggior capacità di trovare soluzioni proprie ed originali, relegando il genere a sua goffa imitazione. E, soprattutto, sembra suggerire la stanchezza di un regista che ha ormai fatto il suo tempo, Sam Raimi, non all’altezza dei migliori autori contemporanei (il che è tutto dire).

Al netto dei suoi difetti Send Help merita però di non essere immediatamente dimenticato. A cominciare dalla sua capacità di prendere una posizione politica molto forte, senza compromesso. Se Triangle of Sadness ha in tal senso un finale aperto, questo invece sceglie con chi sta, attraverso una conclusione che, per quanto efferata, rinuncia a qualsiasi ambiguità, mettendo le ragioni politiche al di sopra perfino di qualsiasi possibile empatia con ciascuno dei personaggi. Laddove il film inizia infatti mettendo Linda, agli occhi dello spettatore, in una posizione assolutamente privilegiata rispetto a Bradley – simpatica nella sua goffagine lei, antipatico nella sua presunzione lui –, a partire dall’ingiustizia che il secondo compie nei confronti dell’altra, con il passare dei minuti, durante il soggiorno sull’isola, la situazione si complica. I due escono infatti dal ruolo tipico che hanno all’interno della narrazione e si arricchiscono di sfumature che arrivano quasi a ribaltare la situazione. Si scopre infatti qualcosa di oscuro nel passato di Linda, che puntualmente viene fuori nel sadismo con cui obbliga il suo compagno naufrago a dipendere da lei. E proprio per le condizioni a cui Bradley è costretto, Raimi è molto abile nello scambiare i ruoli tra vittima e carnefice, permettendo piano piano di empatizzare anche con questi, che pure inizialmente appariva come l’essere umano peggiore immaginabile. Il film si presta quindi a due possibili soluzioni: andare verso una visione cinica del mondo, raccontando quindi come chiunque ceda al fascino del potere appena possibile; oppure fare un passo oltre e scegliere che, nonostante tutto, uno dei due merita di vincere più dell’altro. Da questo punto di vista Sam Raimi è un cineasta (ed un uomo) profondamente novecentesco e quindi opta per la seconda opzione, affermando una visione politica del mondo priva di ambiguità. Proprio per questo Send Help sembra un film appartenente ad un altro tempo, privo della dimensione cinica, scettica e disillusa che invece è la cifra principale del mondo e del cinema contemporanei.
E poi, quando decide di mettere da parte i riferimenti cinematografici – molti riconducibili prima ancora che al suo regista, alla sceneggiatura di Damian Shannon e Mark Swift – ed esce fuori lo spirito del suo autore, il film ha anche delle ottime sequenze, soprattutto quando si concede al suo animo da commedia horror. In tal senso, è impossibile restare indifferenti al momento dell’incidente aereo stesso o alla caccia che Linda compie nei confronti di un cinghiale, entrambi momenti in cui si abbinano risate di gusto a brividi per la tensione. Gran parte del merito va poi attribuito ad una splendida Rachel McAdams, che si dimostra ancora una volta come una delle migliori (e forse in questa chiave sottovalutata) attrici comiche in circolazione, estremamente credibile nei panni dell’imbarazzante impiegata quanto in quelli della sexy naufraga in controllo della situazione.
Send Help è allora un buon film, soprattutto perché non rinuncia a prendere una posizione apparentemente naturale in partenza, ma che diventa sempre più scomoda con il procedere della narrazione. Non sarà La casa, Drag Me to Hell o Spiderman, ma è pur sempre un lieto ritorno per Sam Raimi, che, al netto della ruggine, dimostra un punto di vista mai banale e sempre interessante. Fare un film, come spesso anche i più grandi hanno raccontato, non è semplice, perché occorrono risorse mentali e fisiche gigantesche, servono motivazioni che, forse, un cineasta che ha esordito poco più che maggiorenne, aveva perso. Che Send Help sia stato allora l’occasione per ritrovare la voglia di fare cinema e di dimostrare che il talento non può mai spegnersi, è allora l’augurio più grande che possiamo fargli (farci), sperando quindi che, a questo lungometraggio, ne possano seguire altri e altri ancora.
