Cime tempestose è di rottura quanto lo sono stati gli One Direction per la musica
Ho sempre invidiato la capacità del mio buon amico Matteo di saper condensare opinioni cinematografiche in astruse similitudini fuoricampo. La mia preferita, che, badate bene, proseguo orgogliosamente a rivendere da un paio d'anni a questa parte, è una perla da lui regalatami nel caldo umido di Venezia 81, e suona grosso modo così: "Affermare che Kathryn Bigelow è stata la prima donna a conquistare il premio Oscar per la miglior regia ha più o meno la stessa valenza del considerare Giorgia Meloni la prima Premier donna di questo Paese".
Data questa premessa, capirete bene lo stato di fibrillazione in cui versavo nel momento in cui, inviatogli un breve commento a caldo sull'ultima "fatica" di Emerald Fennell, ho scorto la notifica di un suo vocale di risposta della durata di 3 minuti e 59 secondi. Del quale, come immaginerete, la frase/caption in incipit all'articolo non è che il frangente più iconico.
Tengo inoltre a sgomberare il campo da qualsiasi fraintendimento. Chi vi scrive conosce a malapena il romanzo di Emily Brontë. Non fosse per un grado di scolarizzazione che ho la presunzione di definire "ampiamente nella media", probabilmente riterrei il bel titolo dell'opera poco più che un’infausta previsione metereologica. Né, a dirla tutta, ho ancora avuto modo di recuperare i precedenti adattamenti cinematografici del libro. Che, per chi come il sottoscritto fosse abbastanza vergine di informazioni, contano anche le prestigiose firme di autori quali William Wyler, Luis Buñuel, Peter Kosminsky e Andrea Arnold.
In circostanze normali quindi, considerato il rispetto che nutro non solo per l'originale di riferimento, ma anche per un certo tipo di analisi critica - che, a mio parere, non può prescindere da uno studio e un approfondimento che vada oltre l'esperienza di visione contingente - avrei senz'altro rifuggito la possibilità di scrivere questo pezzo. Tuttavia, lo strano rapporto che mi lega alla regista Emerald Fennell e lo shock-trailer confezionato ad hoc per solleticare sdegno e libido di noi curiosi, ha riportato a galla sensazioni che non provavo da tempo. Per essere precisi, dal mio ultimo rewatch alcolico di Twilight.
In parole povere, il subdolo aroma trash del progetto mi ha convinto a fiondarmi in sala. E, leccandomi baffi che non sapevo di avere, mi sono tuffato nella visione come un orso sul miele.
Ma veniamo a Cime Tempestose (anzi a "Cime Tempestose"). Anche se, come il mio lungo tergiversare potrebbe avervi lasciato intuire, ho ben poco da dire sul film. Anzi, pochissimo. Specie perché, come sempre più spesso accade in occasione dei "film evento", il già fragile contesto si è rivelato ben più succoso del testo in questione. Lasciandomi stranito e non poco invidioso.
Ebbene sì, avete capito bene. Invidia.
Invidia nei confronti di coloro che sono riusciti a godere e insieme a tessere le lodi del famigerato "comparto tecnico". Quella fotografia e quei trucco e costumi che, seppur indubbiamente curati, mi sono sembrati il sigillo di garanzia della patinatura di un film di superfici, incapace anche solo di sondare la profondità delle cose. Invidia per chi ha saputo farsi irretire dai corpi, dalle movenze, dai gesti e sussurri di Robbie ed Elordi, adoni della recitazione moderna costretti nel ruolo di bambole. Incarnazioni blande di anonime fantasie adolescenziali, utili al solo scopo di aggiornare algoritmi Instagram e Tik Tok - a cui il film pare più volte voler strizzare l'occhio.
Invidia persino nei confronti di quanti, sotto l’egida di sequenze al ritmo di Charli XCX – peraltro musicalmente riuscite – hanno gridato all'ambiziosa decostruzione del romanzo. A una fantomatica volontà dissacrante e provocatoria, al talento e all'incomprensione dei più.
Ma può mai chiamarsi provocazione ciò che non lascia un segno? Può urtare o infastidire ciò che a malapena emerge dalla massa informe del trend? Perché sì, il cinema di Fennell maneggia immagini sferzanti fin dai suoi albori. E alla gratuità di alcune delle punzecchiature d'esordio la regista aveva saputo rispondere con un secondo film decisamente più maturo. Certo difettoso nelle sue manie estetizzanti, ma abile a danzare sul filo del genere. A ragionare, pensate un po', sulle sfumature espressive e corporee di Barry Keoghan, e sfruttarle come ponte per i cambiamenti tonali dell'opera.
"Cime Tempestose", al contrario, non merita neanche la fatica dell'indignazione. Perché per la storia di Catherine e Heathcliff, tra amore tossico e discusse virgolette, mescola harmony, fanfiction e deliranti sequenze da videoclip, riuscendo nell'impresa di offrire una versione opaca e dimenticabile di ciascun linguaggio. Strepitando trasgressione, ma accordandosi all'insignificanza.
E finendo per deludere, quale imperdonabile colpo di grazia, le aspettative di un appassionato spettatore. Che, da buon disinformato, spera ancora che il sequel possa salvare baracca e burattini.