La storia del cinema negli ultimi decenni è costellata di film di cui inizialmente si conosce poco, pochissimo, ma che nel corso dei mesi accumulano un riconoscimento così grande e così diffuso da suscitare un interesse quasi imprevedibile. Rientra in questa categoria, Sorry, Baby, scritto e diretto dall’esordiente Eva Victor, il cui percorso era iniziato, come di consueto per film simili, nel gennaio del 2025 al Sundance (l’ultimo tenutosi prima della scomparsa del suo padrino, Robert Redford), per poi passare anche dalla prestigiosa Quinzaine des Réalisateurs della 78ª edizione del Festival di Cannes. C’era poi stata la distribuzione negli Stati Uniti (paese che produce la pellicola) dove il titolo era stato accolto con un grande entusiasmo dalla critica, tanto da diventare nelle ultime settimane il principale outsider della stagione dei premi di questo inizio 2026, con tanto di endorsement pubblico di Julia Roberts durante gli ultimi Golden Globes. Ad un anno dall’anteprima al Sundance il film è arrivato anche in Italia il 15 gennaio, deludendo personalmente le aspettative di chi, come il sottoscritto, si aspettava (compiendo il grande errore di riporre ancora fiducia nell’ormai stantio festival indipendente statunitense) una ventata di aria fresca nel panorama contemporaneo.

Sorry, Baby racconta le vicende di Agnes (interpretata dalla stessa Eva Victor), giovanissima professoressa di letteratura in un college del New England, il medesimo in cui ella stessa aveva compiuto i propri studi. Quando una sua ex compagna tornata per una breve vacanza le annuncia di essere incinta, Agnes ripercorre alcuni momenti cruciali degli anni precedenti, fortemente segnati da una violenza sessuale subita quando era una studentessa da parte del suo relatore. Con una struttura episodica e non lineare, il film diventa allora una riflessione sull’elaborazione di un simile trauma, tra istituzioni che non ascoltano, amanti che ascoltano ma non riescono a comprendere e sconosciuti che invece talvolta sono in grado di fare entrambe le cose.

In questo film di incontri, salti temporali, passeggiate, case e strade innevate, è proprio il capitolo in cui avviene la molestia – The Year with the Bad Thing – che Eva Victor mette in mostra le potenzialità di una buona cineasta. In primis ciò passa dall’ottimo Louis Cancelmi (i casting sono scelte di regia alla pari di un movimento di macchina) nei panni di Preston Decker, la cui fisicità, gli sguardi ed il tono di voce, trattenuti se non perfino remissivi, ma al tempo stesso sensuali, diventano una perfetta incarnazione di quel male così ambiguo da nascere talvolta proprio in chi sarebbe di per sé considerato insospettabile. In secondo luogo, in un film in cui tutto passa dal dialogo, il momento della Bad Thing è messo in scena facendone a meno, sfruttando magistralmente l’esterno di una casa e la variazione della luce con il trascorrere delle ore. Non vediamo mai la violenza, ma tramite questi due elementi la si percepisce con profonda inquietudine.

Questo in Sorry, Baby è un grandissimo momento di cinema. Il resto del lungometraggio però non è alla sua altezza. Cosa c’è quindi che non va? Di per sé niente, se ciò che ci si attende è un film che scorre, intrattiene ed emoziona, tanto in senso drammatico quanto comico. Insomma, niente se non si hanno pretese. Se invece siete tra coloro che negli esordi ripongono sempre le proprie speranze, soprattutto quando così chiacchierati, la risposta è: tutto. Già, perché di quell’opera raccontata negli ultimi mesi come innovativa, irriverente, capace di andare nel profondo di un tema tabù, qui non c’è nemmeno l’ombra. Non giova peraltro alla sua autrice la somiglianza che il suo Sorry, Baby ha con il sicuramente superiore After The Hunt di Luca Guadagnino, che pure pare non essere stato capito dalla critica (e a questo punto si potrebbe sospettare anche dalla stessa Julia Roberts). E non è, come pigramente si potrebbe obiettare, una mera questione di risorse impari. La sceneggiatura di Nora Garrett riusciva infatti a nutrirsi della contraddizione dei suoi stessi personaggi, andando oltre il semplice dualismo tra vittima e carnefice – chi appartiene a quale categoria in situazioni del genere è ormai dato per assodato per una parte di popolazione, corrispondente quasi del tutto al pubblico a cui i due film sono rivolti –, ma mettendo in essere dinamiche di convenienza e interesse personale in cui ad entrare in crisi è proprio l’attuale concetto di giustizia.

Eva Victor invece non riesce a compiere il passo oltre ciò che ci si potrebbe aspettare, rimanendo confinata in uno schema valoriale condiviso da personaggi, autori e pubblico, senza mai metterlo in discussione. Guadagnino si chiede: cosa succede se questo schema valoriale entra in collisione con i nostri affari più terreni? Victor invece si ferma alla soglia. Cosa c’è allora di così interessante in Sorry, Baby non è dato saperlo. Scrittura e messinscena infatti rimandano ad un immaginario, quello stereotipico del Sundance, che ha i fastidiosissimi confini dell’indie innocuo degli ultimi 15 anni, innaturale nel suo sforzo di assomigliare alla realtà. Ne sono un esempio i luoghi mostrati, fin troppo “bellini” per essere significativi. O ancora, si potrebbero citare certi dialoghi finto colti, come quello in cui, durante una lezione su Lolita di Nabokov, uno studente compie quella che vorrebbe essere un’acuta osservazione sull’essenza del libro, ma che alla fine è degna solamente del più superficiale dei lettori. La stessa Agnes inoltre, nel suo sforzo di rappresentare in maniera realistica l’elaborazione del trauma, appare totalmente innaturale, copia di quel personaggio seminale (con libertà di interpretare l'eventuale positività o negatività del termine) che è stato Fleabag, tra battute “brillanti” e un artificioso distacco con ciò che le capita intorno, che la pone in una condizione di antipatica superiorità intellettuale nei confronti di chi la circonda, peraltro mai davvero dimostrata. Meglio glissare infine sul macchiettistico personaggio di Natasha (Kelly McCormack), nota comica usata con finalità distensive che ghettizza la risata, separandola dagli elementi tragici, trasmettendo un’idea di commedia contemporanea di totale sfiducia nei confronti dello spettatore, che nell’era del multitasking, perfino in una pellicola che cerca ostinatamente di “far ridere ma anche riflettere”, è considerato incapace di fare entrambe le cose contemporaneamente.

Insomma, se ciò che aspettate è un’opera capace di intercettare una certa sensibilità contemporanea e di metterla in discussione e allo stesso tempo di entusiasmare sul piano più strettamente cinematografico, vi occorrerà attendere (e a tal proposito, si segnala l’arrivo ad inizio marzo di Se solo potessi ti prenderei a calci di Mary Bronstein, che è tutto ciò che questo film non riesce ad essere). Sorry, Baby, nel suo essere canonicamente un buon esordio, è un lungometraggio elementare, freddo, apparentemente alternativo ma profondamente codificato, lontano dallo sconvolgimento di cui si parlava nelle spesso menzognere nicchie dei cinefili. E allora, in un panorama pieno di simili opere carine e nulla più, ma al contempo privo di particolari sorprese, ci si chiede: cosa ce ne facciamo di Sorry, Baby?