Registrare. Resistere. Perdersi. Viaggiare. Bruciare a distanze siderali. Amare. Che sia l’arte del declinare all’infinito la principale cifra stilistica del cinema di Andrew Haigh? Qualcuno potrebbe forse obiettare, e a ragion veduta, che il grande schermo sia lo spazio della permanenza (o immortalità?) per antonomasia; concepito sin dagli albori per ripetere, testimoniare e lasciare traccia. Eppure, all’interno dei confini del panorama indie degli ultimi quindici anni, quella del regista e sceneggiatore britannico è senza dubbio, in questo senso, una delle proposte artistiche di maggior coerenza e fascino. Fondata, non a caso, dai suoi esordi fino alla distribuzione di Estranei (All of us Strangers), sulla sistematica riproposizione del concetto di residuato d’immagine per eccellenza: il fantasma.
Sì. Il cinema di Haigh è un cinema fantasmi. Siano essi evocati da un dialogo o una lettera o, perché no, riesumati dalla memoria e materializzati in corpi. Ri-mossi dal torpore del ricordo e innervati di una concretezza senza tempo. Di certo protagonisti di un discorso “a tappe” che, all’interno dell’ultimo progetto del regista, ha raggiunto una indiscutibile consacrazione.
La parabola di Adam, sceneggiatore di mezza età che, in prede alla solitudine, si imbatte negli spettri dei genitori scomparsi e nella strana “presenza” del giovane Harry, sembra infatti voler tirare le fila di un ragionamento per immagini iniziato almeno undici anni prima con Weekend. Oltre a fungere da ideale punto di incontro tra la poetica dell’autore britannico e il testo autografo di Taichi Yamada, da cui il film è tratto.

Se è infatti innegabile che il secondo lungometraggio del regista abbia quantomeno costruito il set-up di questa sua ultima opera – con cui Haigh sembra in effetti riadattare e riabitare determinati spazi e tornare a lavorare sui corpi di quelli che potremmo considerare alter ego dei precursori Russell e Glen – è altrettanto evidente quanto il film con Andrew Scott e Paul Mescal sia perfettamente conscio della propria natura ibrida, e riesca cioè a calibrare l’influenza “spirituale” del manoscritto di partenza (di cui la bottiglia di Whisky di Harry rappresenta un simpatico easter egg, l’ennesimo residuo) con tutta quella serie di spunti che, nel corso dell’ultimo decennio, hanno costruito l’identità del cinema di Haigh. Si pensi ad esempio a Katia, fantasma tra i fantasmi che, (quasi) invisibile, aleggia sulla quotidianità dei coniugi Mercer nella delicata cornice di 45 anni: memoria viva e vivida di un vecchio trauma che torna a infestare il presente sottoforma di racconto orale e diapositiva. O all’infanzia riconquistata da Charley Thompson nel film omonimo del 2017, punto d’approdo di un lungo viaggio di scoperta al termine del quale lo sguardo confuso del protagonista lascia comunque la sensazione di un disorientamento esistenziale ancora in essere, da risanare. Tutti elementi che il regista recupera e prova ad amalgamare, per costruire l’impalcatura attorno al cuore pulsante del film; ripescato ancora una volta dall’intreccio di Weekend e indissolubilmente legato all’orientamento sessuale di Haigh, al suo privato.
Intendiamoci. L’aspetto identitario, attualissimo, non esaurisce il film. Ma nel suo essere strumento di unione tra i due testi (letterario e cinematografico) e nel saper offrire ulteriori livelli di senso all’interno della poetica del cineasta, ne è una componente fondamentale. Uno scarto tra pagina scritta e fotogramma che ci consente di osservare ben al di là della macchina da presa. Occhi negli occhi con il regista e con le sue fragilità.
Quella condivisa da Adam e Harry, infatti, non è tanto la solitudine di due reietti. O almeno non solo. A unire i due protagonisti è, più che altro, quella lacerante sensazione di estraneità che la società (a partire dall’unità relazionale minima che la compone, la famiglia) ha sempre fatto gravare su entrambi. Quel groviglio alla bocca dello stomaco che li ha tormentati per anni, definendoli diversi tra i diversi. E che, inaspettato, può tornare a fare capolino da un momento all’altro. Al punto che, per Adam, l’incontro ai confini della realtà con i fantasmi dei genitori rappresenta qualcosa in più di una seconda chance dalla fortissima carica nostalgica ed emozionale. E si configura piuttosto come teatro di un coming out che, fotografato come momento di passaggio lontano dall’idillio, a tratti fastidioso, ma necessario, dona al protagonista e ai suoi genitori uno sguardo rinnovato. Che, in quanto tale, solo il dispositivo cinema può rendere possibile.

Di qui, del resto, deriva anche la rilettura di alcuni archetipi del genere horror. Di quegli spazi (il palazzo abbandonato, la casa infestata) e di quegli stratagemmi (lo svuotamento del set, la distorsione di immagini e suoni) che Estranei fa suoi con approccio parzialmente flanaganiano, salvo poi deviare lungo il percorso tracciato nel pieno rispetto delle idee del suo autore. Orrore e terrore, sembra difatti comunicarci Haigh, appartengono al mondo dei vivi, e affacciarsi su di un “oltre” visibile, tangibile, estremamente concreto e corporeo (la finestra, elemento architettonico ritornante del cinema del regista, è qui decisiva) può invece divenire strumento di pur momentaneo conforto. Di presa di coscienza e rinascita – ancor più che resurrezione.
«I'll protect you from the hooded claw Keep the vampires from your door».
Così, dopo aver sondato romance e dramma familiare e aver cavalcato la grammatica del western/on the road, Andrew Haigh approda finalmente al “fantastico”. E nel rimescolare tensioni che partono da Ang Lee (I segreti di Brokeback Mountain) e arrivano al Queer di Luca Guadagnino, modella un film capace di abbandonare qualsivoglia concezione canonica di spazio e tempo. Di aprire pertugi, scandagliare anfratti di memoria, plasmare una realtà saturata nei colori e scandita dai versi di vecchie canzoni. Fino al doloroso abbraccio in epilogo che, colmo di speranza, brucia e brilla nella notte a illuminare l'infinito.
«Maybe I didn't hold you
All those lonely, lonely times
And I guess I never told you
I am so happy that you're mine
If I make you feel second best
I'm so sorry I was blind
You were always on my mind
You were always on my mind».