Risale a pochi mesi fa Mr. Scorsese, la serie targata Rebecca Miller, che ripercorre la carriera del cineasta statunitense nelle sue varie fasi. Per me è come se ci fossero sempre stati un pre ed un post Quei bravi ragazzi, vedendo quindi quest’ultimo come un film di trasformazione. Da quel momento in poi Scorsese era come diventato qualcosa di diverso da ciò che era sempre stato. Ma riguardando la sua filmografia nel suo insieme, ci si accorge che non è esattamente così. O meglio, sicuramente quel film è stato una svolta, ma più che altro in termini di ambizioni: dopo Quei bravi ragazzi Scorsese ha lavorato solo ad opere che puntavano a rintracciare anche il grandissimo pubblico, con budget sempre più alti. Eppure l’anima di quei film, da Casino a Gangs of New York o The Departed, era la stessa di Mean Streets, Taxi Driver o Re per una notte.
Perché questa premessa apparentemente fuorviante? Perché da allora ho iniziato a chiedermi: in Marty Supreme (un lungometraggio in costume costato oltre 70 milioni di dollari), Josh Safdie è riuscito a conservarsi o ha dovuto mettere da parte quanto di innovativo visto in Good Time o Diamanti grezzi per adattarsi al “sistema”? Negli ultimi tempi infatti ci si è spinti in direzione opposta. Davanti ad un cinema mainstream che sempre più decide di rinunciare agli autori – con grande rispetto, chi sono i fratelli Russo? –, quei registi che dal mondo indipendente sono riusciti a compiere il salto verso le “grandi produzioni” hanno infatti preferito rinunciare alla lotta e al vigore, imponendo piuttosto un’autorialità post-nolaniana fatta di freddezza e calcolo, quasi rinnegando quanto di buono dimostrato (bussare alla porta del Villenueve di Blade Runner 2049 e di Dune o al Mendes dei più glaciali Bond della storia) e piuttosto cercando di rintracciare solo i gusti dei cinefili più nerd, con la superiorità di chi non è disposto ad abbassarsi al grande pubblico. Già Una battaglia dopo l’altra aveva dimostrato come fosse possibile immaginare un cinema di grandi ambizioni che mantenesse il cuore e la visione del proprio autore, ma d’altronde Paul Thomas Anderson è quasi un corpo estraneo rispetto al panorama contemporaneo, un saggio maestro che non fa testo. Su Marty Supreme invece si gioca una partita in questo senso fondamentale, con entrambi Josh Safdie e la A24 chiamati a mostrare che il cinema d’autore ha i mezzi per provare ancora ad intercettare il pubblico generalista.
Marty Mauser (personaggio liberamente ispirato al realmente esistito pongista Marty Reisman) è un giovane ebreo che nella New York del 1952 prova in tutti i modi a sfuggire alla vita che gli si prospetta davanti, con una madre psicotica, il lavoro da commesso nel negozio di scarpe dello zio e l’imminente nascita di un figlio da parte dell’amica d'infanzia Rachel. Per farlo, vede nel ping pong, sua più grande passione, l’unica possibilità per ottenere una rivalsa che lo consegni ad una vita fatta di gloria ed opulenza.
I primi 40 minuti sono spiazzanti, vissuti come una resa definitiva ed incondizionata. Nella prima fuga del protagonista dalla sua città natale verso Londra, dove è atteso come uno dei favoriti ai campionati mondiali di tennis tavolo, ci sono tutti gli stilemi formali del cineasta, ma sembrano più forzati che altro, privi di un’ossatura, in termini sostanziali e quindi narrativi, all’altezza della sua filmografia. Qui Marty è intrappolato in una sceneggiatura compassata, che procede senza particolari spunti. Non c’è mai tensione, non c’è mai il caos, non c’è mai la strada. Ci sono piuttosto gli interni del palazzetto dello sport e del Ritz Hotel. Non è neanche di immediata comprensione quale sia l’ambizione concreta del protagonista, presentata fino ad ora come una vaga quanto astratta semplice fame di successo. Se in Good Time Connie deve liberare suo fratello in seguito all’arresto e in Diamanti grezzi Howard imbastisce una serie di “affari” per arricchirsi attraverso le scommesse sul basket, in Marty Supreme non viene da subito presentato un obiettivo chiaro attorno a cui far ruotare la vicenda. Ci si occupa più che altro di presentare gli elementi che torneranno successivamente nel film, dall’ambiente del ping pong internazionale (stabilendo quindi la rivalità con il giapponese Koto Endo, che surclassa Marty in finale) alla coppia di marito e moglie costituita dal ricchissimo imprenditore Milton Rockwell, controparte sociale del protagonista, e dall’ex diva del cinema Kay Stone, che invece ne è sessualmente attratta. Nulla di più di una linearità e prevedibilità non all’altezza della filmografia di Josh Safdie. Sono 40 minuti di un film medio, apparentemente sporco ma di fatto mai graffiante. Si è avverata la peggiore delle prospettive.

Quando però Marty, sconfitto, torna a New York, il film inizia per davvero. Marty Supreme si accende ed io con esso, c’è una speranza. Improvvisamente arriva il fratello da liberare o la scommessa da piazzare. Per partecipare ai successivi mondiali di Tokyo, ha infatti bisogno di racimolare i soldi necessari per pagare il viaggio e saldare il debito con la federazione scaturito dalla sua non concordata permanenza al Ritz di Londra. Gli servono 1500 dollari. Stop. Obiettivo stabilito e goduria sempre maggiore. Attorno a quest’elemento si costruisce tutto il resto: spuntano amici con cui organizzare truffe (qui l’eco de Lo spaccone), gangster a cui rapire il cane, presunti soci a cui estorcere favori e i costanti incontri scontri con i Rockwell. E poi ci sono vasche da bagno che fanno crollare un pavimento, auto che sfondano case e fughe dalla polizia. In tutto il film Marty corre, da una parte all’altra, scheggia impazzita che si rifiuta di essere ciò che gli altri vorrebbero lui fosse. C’è però anche Rachel, che aspetta un figlio da lui e che per questo è stata abbandonata dal marito. Nonostante il rifiuto di diventare padre, il protagonista non si sottrae dall’obbligo percepito nei confronti di un’amica in difficoltà, unico legame di affetto sincero con quel mondo che ripudia. Sono quasi due ore di puro Safdie, in cui lo stile del regista non è semplice formalismo, ma sembra necessario a ciò che viene mostrato. Quella che appariva una fredda operazione si trasforma in qualcosa di naturale, come se ogni singolo movimento di macchina o stacco di montaggio diventasse l’unica possibilità di racconto, un elemento essenziale e inscindibile da questo.
Quello che nasce come uno sport movie (rimanendo fino ad allora una copia sbiadita dell’esordio da solista di Benny, The Smashing Machine) si evolve in un film sugli affari, su personaggi che provano a fottersi tra di loro, in cui si ottengono tanti soldi e se ne perdono altrettanti subito dopo, in cui la lingua di Marty va al velocissimo passo delle sue gambe, in costante movimento da una situazione all’altra. Già Good Time e Diamanti grezzi raccontavano di persone che vedono nel denaro l’unica possibilità di essere qualcosa di diverso e sono quindi disposti a gettarsi in situazioni molto più grandi di loro per ottenerlo. E ciò, anche in Marty Supreme, avviene sempre senza una particolare pianificazione. Si va a tentoni, in una costante opera performativa in cui il protagonista veste panni di volta in volta differenti, senza porsi alcun tipo di pensiero su chi si trova davanti. In questa mostruosa aspirazione al successo e al dollaro, potrebbe crearsi un solco tra il personaggio e lo spettatore. Come si può empatizzare con Marty Mauser, un narcisista, stronzo, truffatore e che per lo più riesce pure ad andare a letto con chiunque voglia? Come già per Connie e per Howard, in realtà c’è una profonda umanità, seppur vestita di una morale diversa da quella di chi guarda il film (si spera). Non si può però che riconoscere la dignità di chi non si accontenta di essere ciò che gli altri hanno deciso per lui; di chi di fronte ad un destino già segnato vaga disperatamente alla ricerca di una via di fuga; di chi, privo degli strumenti previsti per la lotta, riesce a spostare il confronto su un terreno in cui gli è ancora concessa la speranza; di chi è nato con un sogno in un ambiente in cui gli altri non sanno nemmeno che gli è concesso sognare. Nella profondità di Marty c’è questa forza capace di attrarre e di meritare il nostro rispetto, anche sotto quegli strati di antipatia che causano repulsione, che creano quella contraddizione che è poi capace di regalare qualcosa a chi lo osserva da fuori.

Timothée Chalamet veste i panni di questo hustler con la miglior interpretazione della sua carriera da Chiamami col tuo nome (e lo scrive un suo grande ammiratore), capace di diventare corpo safdiano nella sua scaltrezza, nella sua rabbia, nella sua disperazione e nella sua umiliazione. Accanto a lui un cast costruito con cura maniacale – parte della poetica del cineasta è legata a doppio filo alla sua casting director, Jennifer Venditti – attingendo ad un bacino composto per lo più da non attori: c’è Gwyneth Paltrow (Kay Stone), ma ci sono l’imprenditore e volto televisivo Kevin O’Leary (Rockwell), Tyler,The Creator (l’amico tassista di Marty, Wally) e Abel Ferrara (il gangster Ėzra Miškin). E qua e là spuntano anche i volti del funambolo Philippe Petit, del drammaturgo David Mamet o dell’ex giocatore di baseball Ted Williams. Su tutti però, a rubare l’occhio è indubbiamente la coprotagonista Odessa A’zion, che nello scontro impari tra lei e il divo Chalamet, nonché tra la sua inizialmente dimessa Rachel e il sempre agitato Marty, riesce piano piano ad assumere uno spessore. Colma il gap di minuto in minuto e, mentre aumenta la percezione che anche lei forse sta maturando un piano machiavellico degno del suo amico/amante, cresce anche quella che si tratti di un’attrice destinata a restare per tanti anni a questo livello.
Marty Supreme riesce poi a spiazzare ancora sul finale, quando al cinismo dei lavori precedenti si sostituisce una piccola iniezione di speranza proiettata verso il futuro. Il protagonista sembra fare un passo indietro, di rinunciare alla grandeur per constatare che c’è una profonda dignità anche in ciò che spesso si considera adatto “ai perdenti”. E d’altronde è la lezione dello stesso Josh Safdie. In un mondo di Villenueve, Mendes e Lanthimos (per non parlare degli emergenti giovani vecchi seriosi Corbet ed Eggers), sempre impegnati nel difendere una presunta autorialità basata sull’ostilità di fruizione, lui non si vergogna di essere popolare. E prova a diventarlo senza rinunciare ai propri stilemi, ai propri temi, senza compromessi, rispondendo con estremo vigore al rischio di essere schiacciato da un simile progetto.
Uscito dalla sala, sono come un pugile che si rialza ad un secondo dal gong. C’è partita, bisogna tornare ad alzare i pugni.