Il cinema di Perkins è un cinema mutevole. Lo si intuisce dai toni dei suoi ultimi lavori, dai racconti su cui il regista fonda le sue riflessioni e quindi dalla mole di riferimenti rimasticati di volta in volta nel tentativo di ridisegnare costantemente il genere horror. Il cinema di Perkins è però anche un cinema coerente. Lo dimostrano le architetture, i simbolismi, il cadenzato alternarsi tra pause e improvvise accelerazioni. Insomma un cinema riconoscibile. La cui direzione futura, tuttavia, rimane un grosso punto interrogativo. E solleva, almeno personalmente, diversi dubbi su una filmografia che, mai stata davvero istintiva, è divenuta con il passare del tempo sempre più cervellotica e programmatica.
Keeper – L’eletta, ultimo lavoro del cineasta uscito in sala il 12 marzo, non è che il punto d’arrivo, momentaneo, di questo discorso. Che, a partire dalla collocazione “geografica” della vicenda narrata, riporta lo spettatore all’interno di un contesto familiare.
Malcolm e Liz (Rossif Sutherland e Tatiana Maslany), rispettivamente un medico e una pittrice, decidono di festeggiare il loro primo anniversario nella casa di campagna di lui, una baita isolata nel bosco. Fin da subito, nonostante l’apparente serenità del luogo, qualcosa sembra però stonare. E, quando Malcolm è costretto a tornare in città a causa di un’emergenza, Liz si ritrova sola ad affrontare la casa, in compagnia di presenze e antichi segreti che incrinano, poco alla volta, il confine tra realtà, immaginazione e mondo dell’occulto.
Oz Perkins fa dunque ritorno nel bosco. Come tanti, tantissimi prima di lui (da Raimi a Goddard), e come lui stesso aveva già fatto in precedenza (si pensi a Gretel e Hansel). Selezionando cioè un set prediletto del genere horror per rievocare alcuni fantasmi del proprio ragionamento per immagini.
Geometrie spigolose, silenzi e inquadrature sospese (a suggerire false(?) soggettive), sono infatti elementi tipici che caratterizzano l’orrore “secondo Perkins”, qui a corredo di un’ambientazione – la casa appunto – che nelle sue ampie vetrate restituisce la plurivocità di un isolamento che si fa confine sottilissimo tra umanità e mostruoso, tra normalità e sovra-naturale. E che conduce la protagonista a smarrirsi nei riflessi di una violenza atavica, leggendaria.
La discesa infernale di Liz, ennesima manifestazione di una catabasi che il regista prosegue a riproporre da February in avanti, raddoppia peraltro i confini su cui il regista impernia la dialettica del film (interno-esterno e sopra-sotto), ma si contamina di simbolismi folk (The Witch) e di ulteriori elementi di ambiguità che, come la torta al cioccolato, sembrano più che altro residui di un cinema che continua a nutrirsi di se stesso, ad auto-citarsi, a reiterarsi insaziabile. Ligio a regole interne che, rilanciate di film in film, iniziano a costituire il vero limite di una poetica quasi incapace di liberarsi davvero.
Sebbene infatti affezionato alle sfumature del genere (dalle vibes psycho-thriller di Longlegs a quelle ironiche da Final Destination di The Monkey) e apprezzabile nel suo utilizzo dei codici horror come pretesto utile a innescare dissertazioni varie ed eventuali (dal femminile, alla violenza domestica, passando per il ribaltamento della prospettiva legata al mostro), Perkins fatica però a disfarsi della necessità di appiccicare al suo cinema l’etichetta elevated. E Keeper – L’eletta, ancorato a sovrastrutture preesistenti e a un bisogno di ricomposizione divenuta gabbia narrativa, si barcamena alla ricerca di un equilibrio tra l’agognato abbandonarsi alle immagini e il puntuale ritorno alle parole e al senso. Indovinando, va detto, alcune suggestioni, ma finendo per risultare prolisso e solo superficialmente ermetico.