«Una volta mollata l’anima, tutto segue con assoluta certezza, anche nel pieno caos». Così scrive Henry Miller all’inizio del suo Tropico del cancro, citato in apertura di Hanno tutti ragione, romanzo di Paolo Sorrentino del 2010. E d’altronde è proprio questo il tema principale di tutto il suo cinema, a partire già dal Tony Pisapia de L’uomo in più e, attraversando tutte le altre opere, fino al Mariano De Santis de La grazia. Questa ricerca di coordinate nel caos del mondo è presente in Cheyenne (This Must Be the Place), Gep Gambardella (La grande bellezza), in Fred e Mick (Youth – La giovinezza) ed in Lenny Belardo (The Young Pope). Ma è presente anche in Fabietto Schisa e Parthenope, protagonisti degli ultimi due lavori di Sorrentino, che dopo il fallimento di Loro si è mosso verso un cinema più intimo e autobiografico con È stata la mano di Dio e, per l’appunto, Parthenope, con risultati decisamente migliori nel primo caso. Spesso nel passato questa ricerca è stata sinonimo di un senso di antipatica superiorità di tali personaggi rispetto al mondo che li circondava, cosa che ha a lungo tenuto distante il sottoscritto dalla (in)sensibilità del cineasta napoletano.
Ne La grazia però la prospettiva sembra cambiare, spostarsi radicalmente. Mariano De Santis non vive arroccato nel castello guardando tutti dall’alto in basso, ma al contrario vive in un Quirinale che diventa quasi una prigione, una lontananza imposta che ben corrisponde alla distanza che lo separa da una vita vissuta appieno. Perché Mariano (uno dei Toni Servillo più in forma di sempre) non si sente in alcun modo superiore rispetto ai comuni mortali, ma anzi avverte di essere indietro, di circondarsi di un alone di pesantezza che ne condiziona l’esistenza. Vive nella privazione, costretto all’astinenza dalle sigarette per problemi polmonari e ad una dieta ferrea (la sua amica Coco Valori descriverà la sua cena come “un’ipotesi”). Presidente della repubblica rispettato – ha gestito sei crisi di governo e ha traghettato l’Italia a dei quantomai utopistici benessere e stabilità –, nonché ex giurista dal grande prestigio, affronta il semestre bianco, ovvero la fine del suo mandato, temporeggiando, poco incline alla pressione di dover prendere delle decisioni importanti. Essendo rimasto vedovo, vive con la figlia Dorotea (Anna Ferzetti), anch’ella giurista, mentre ha un rapporto freddo con il figlio Riccardo. È soprannominato “cemento armato”, perché è apparentemente inscalfibile, chiuso, pesante. Eppure qualcosa inizia ad insidiarsi, o forse qualcosa, che da tempo si è insidiato in questo blocco di cemento, inizia a crescere sempre di più.
Mariano De Santis è un uomo che vive nell’assoluta pesantezza, che si tiene lontano dal dubbio e da tutto ciò che sfugge dal suo controllo. Questo lo rende però incapace di trovare un senso al mondo, che dall’altra parte della barricata lo osserva come un corpo estraneo. Prima di diventare presidente, ha scritto d’altronde il temutissimo De Santis, manuale di diritto di 2046 pagine, l'”Himalaya-K3” degli studenti di giurisprudenza, una scalata impossibile. A metterlo in crisi c’è però un’ossessione, un mistero mai risolto, legato ad un tradimento della moglie Aurora, perdonato, ma mai davvero superato, avvenuto 40 anni prima. E chiaramente Mariano non accetta il mistero, che lo sta mangiando da dentro.

Il film racconta allora il percorso che porterà De Santis alla ricerca della grazia, di quella leggerezza che permette di occupare pienamente un posto nel mondo. La grazia sta nella capacità di accettare il mistero, di non temere il cambiamento, di non allontanarsi dai dubbi e quindi di prendere decisioni. Negli ultimi momenti della sua presidenza è infatti chiamato a risolvere due questioni. C’è una legge sull’eutanasia, approvata in parlamento (accenni di fantascienza) e sostenuta anche da Dorotea. E c’è inoltre da concedere la grazia ad un detenuto. Le opzioni sono due: un austero e amato maestro che ha ucciso la moglie affetta da una lunga malattia, ed una giovane donna, più brusca e antipatica, che ha tolto la vita al marito da cui subiva violenze. Da un lato è quindi chiamato a prendere una decisione impopolare, che in pochi si aspetterebbero da lui, presidente democristiano in rapporti quasi amicali con il papa. Dall’altro invece è chiamato ad andare oltre le apparenze e, al contempo, a risvegliare il suo istinto sopraffino da giurista, inteso proprio come individuo che assume su di sé il coraggio di prendere una posizione, anche forte, se necessario. Dapprima restio ad addossarsi queste responsabilità, temporeggia furbescamente. Eppure tutto ciò che si muove dentro di lui lo spingerà una volta per tutte ad allontanarsi dalla sua impassibilità.
La ricerca della leggerezza passa allora dalla volontà di uscire dal palazzo, di sporcarsi le mani con il mondo circostante. Passa dal tentativo di andare incontro ai due figli, provare a conoscerli dopo che per una vita li si è tenuti ampiamente a distanza. Passa dal permettersi di pronunciare una parolaccia – ne La grazia c’è il “cazzo” più bello mai pronunciato, con la sorpresa successiva di un uomo che non si ricordava dell’ultima volta in cui aveva detto una parolaccia. Passa anche dalla necessità di provare ad essere ciò che si è davvero, di aprirsi ad un cambiamento da come ci si è sempre visti. Uno dei momenti migliori del film, vede Mariano De Santis incaricare il proprio “amico” corazziere di scoprire il titolo di una canzone, che si rivelerà essere Le bimbe piangono di Guè, dopo aver dissimulato disinteresse verso quella musica. Perché quello ci si aspetta (e si aspetta egli in primis) da lui. Eppure lo si scopre ad ascoltarla, inizialmente impassibile, ma con un piede che tiene il tempo, poi addirittura rappandoci sopra.

Pur essendo un presidente della repubblica, Mariano De Santis è distantissimo poi da quegli uomini di potere già messi in scena da Sorrentino. Da Andreotti a papa Pio XIII passando per Berlusconi, qui non c’è uno sguardo ammirato, incapace di condannare il male che quel potere ha generato, ma anzi al contrario osservato con estremo fascino, quasi infantile. Questo tipo di “sensibilità” spunta in un solo momento (perché la perfezione non esiste), con l’incomprensibile corteggiamento che una bellissima e giovane diplomatica lituana mette in atto verso il noioso e brutto Mariano, giustificato solo da quel fascino sorrentiniano legato al potere. Per il resto del tempo il ruolo del protagonista, l’istituzione che rappresenta, è un peso, una costrizione, nel migliore dei casi un alibi che gli permette di non confrontarsi con la vita vera. È piuttosto un ostacolo da superare, quella gabbia da cui uscire per “mollare l’anima”. E francamente si tratta di uno sguardo molto più maturo, che forse non c’era nel cinema del cineasta napoletano dai suoi primi film, L’uomo in più e Le conseguenze dell’amore, ad oggi i più riusciti insieme proprio a La grazia.
Dopo gli insostenibili virtuosismi del pesantissimo Parthenope, qui Sorrentino sembra essere il primo alla ricerca della grazia. Il suo cinema si fa più asciutto, essenziale. Ci sono momenti più “barocchi”, ma sono centellinati, usati laddove servono, carichi di valore proprio perché relegati a momenti specifici e significativi. Il regista napoletano riesce a creare un’opera molto complessa, che però procede attraverso le piccole cose. Non movimenti particolarmente elaborati o immagini simboliche, ma primi piani (splendido quello della detenuta Isa Rocca nel confronto con Dorotea), piccoli gesti (il già citato momento rap, o l’inno degli alpini cantato con trasporto), piccole variazioni che nascondo il significato dell’intera pellicola. Non si può che citare in tal senso l’intera sequenza finale, quando Mariano De Santis lascia definitivamente il Quirinale. Dopo essere stato sempre all’interno dell’auto della scorta, esprime finalmente il desiderio di fare una passeggiata. Torna finalmente a casa sua, non più costretto dalla sua “prigione istituzionale”. Lì si muove liberamente, ordina una pizza al posto delle misere cene che gli erano riservate e fuma senza nascondersi. C’è una suggestiva intervista telefonica a Vogue Italia che ruota attorno alla moglie Aurora, ai colori che indossava e che era in grado di far risaltare, lei sì piena di leggerezza e grazia. Le stesse che lui riconosce di non essere mai stato in grado di avere, privo del coraggio necessario per vestirsi con “una giacca rossa” come gli sarebbe piaciuto. Fino alla splendida immagine finale, con Mariano che diventa quell’astronauta con cui nel corso del film aveva provato, fallendo, a comunicare. Fluttua nello spazio, non è costretto a terra né dal suo peso né dalla gravità. Libero, non è più l’irremovibile cemento armato, ma è pervaso da quella grazia tanto ricercata e allora levita, come una piuma.