Non so ancora dirvi se le rocce siano meglio delle persone che dicono che le rocce sono meglio delle persone. Anzi, mi auguro vogliate perdonare questo libero adattamento del celebre refrain de I cani di Willie Peyote (2017). Ma L'ultima missione: Project Hail Mary, diretto da Phil Lord e Christopher Miller a partire dal romanzo di Andy Weir, è un'opera dallo strano retrogusto. Che pesca a piene mani dai capisaldi dell'immaginario fantascientifico più o meno recente, ma che, al contempo, sembra cadere vittima del suo conciliante pre-epilogo a stelle e strisce.

Da che mondo è mondo infatti, all'interno del genere sci-fi, incompetenza e utilitarismo regnano sovrani. E che si tratti di astronauti, esclusi dal sistema o scienziati stralunati, gli eroi protagonisti vestono spesso il ruolo di pedine. Di strumenti sacrificabili nelle mani dei "potenti", chiamati a portare a termine il proprio incarico per interessi privati (Alien, Moon); o, nel migliore dei casi, per il bene comune dell'umanità tutta (Interstellar).

In questo senso, Ryland Grace, interpretato dal first man Ryan Gosling e modellato secondo la sensibilità new age del maschio moderno, fragile e fallibile, non è che la più recente declinazione di un canovaccio diffuso: qui improbabile insegnante delle medie (con un dottorato in biologia molecolare) incaricato di approntare la missione Hail Mary per salvare il sistema solare da una misteriosa infezione.

Sceneggiato, o sarebbe meglio dire adattato per il grande schermo, da Drew Goddard, già autore dello script del meraviglioso Sopravvissuto – The Martian (2015), il film di Lord e Miller gode così dei toni ironici e divertiti che furono della space opera di Ridley Scott. E può contare sull'abilità di due registi che, fattisi le ossa tra animazione (Piovono polpette) ed action-comedy (21 Jump Street), ben si destreggiano nel governare i cambiamenti di pelle imposti dall'intreccio; accompagnando passo dopo passo il viaggio di scoperta di Ryland e descrivendo un nuovo universo di consapevolezza, improbabili amicizie e sacrificio.

Eredi peraltro di un filone che oggi lascia forse poco spazio a rielaborazioni pienamente originali, Lord e Miller hanno anche il merito di saper abitare lo spazio dell'astronave. Al cui interno, allestito un grazioso melting pot di riferimenti e citazioni scoperte, i due registi sintetizzano (e semplificano) le architetture teoriche di Gray, Boyle, Cuaron e Renck – tra confessione, rinascita e riflessione teleologica. Arrivando a comporre un racconto iper-ottimista che fonde Arrival ed E.T, fagocitandone, consapevolmente, discorsi sul linguaggio e atmosfere sognanti.

Ambizioso – forse persino coraggioso – nell'affidare buona parte del corposo minutaggio all'interazione a due tra il protagonista e l'alieno Rocky, entità extraterrestre appartenente alla razza degli Eridiani, il film inizia invece a mostrare il fianco nei frangenti più propriamente "spettacolari". Perché se al pari delle sequenze più ridanciane, Lord e Miller costruiscono un'invidiabile intimità tra Gosling e la creatura rocciosa – resa ancor più coinvolgente dal contrasto tra gli angusti ambienti interni e l'immensità di uno spazio che amplifica il senso di solitudine – Project Hail Mary fatica a tenere il passo quando si tratta di mostrare i muscoli tipici del blockbuster. Quando cioè, giunto alla resa dei conti e al momento fatidico, sembra affidarsi a un'estetica e a una colorimetria spaziale abbastanza standardizzate, soprattutto se confrontate con il baluardo dello space-pop James Gunn (che con la trilogia dei Guardiani della Galassia ha inevitabilmente settato uno standard).

A sollevare le maggiori perplessità di chi scrive, al di là della messa in scena, sono però questioni relative alla direzione politica dell'opera. Che nel suo comprensibile americanismo e nel suo mai stucchevole entusiasmo dimentica tuttavia di assestare qualche colpo ai piani alti; rilanciando invece un messaggio di speranza ed eroismo che, sembra comunicare il film, non può che realizzarsi senza graffi o rancori di sorta.

Il che è grave. Non solo perché il dottor Grace, ricordatosi di aver preso parte al viaggio sotto costrizione, arriva a scusare e persino ringraziare le azioni criminose degli incom-potenti di cui sopra (qui rappresentati dalla bravissima Sandra Hüller, cui questo docile appiattimento nega anche parte della tridimensionalità del personaggio). Ma specie a fronte di un finale in cui, ritrovatosi bloccato "a casa" di Rocky e momentaneamente abituatosi a vivere all'interno di una riproduzione digitale e disabitata del pianeta Terra, è lo stesso protagonista, tra l'anarchia e il cortocircuito creativo, a dichiararsi pronto a rimandare a lungo il suo ritorno alla galassia natìa.

Provando sommessamente a suggerire che forse, tutto sommato, le rocce sono davvero meglio delle persone. Almeno di alcune.