Paul Marquet (Bastien Bouillon) è regredito: da padre è tornato ad essere figlio; anche se effettivamente è difficile immaginarlo genitore, non per l’irregolarità della conduzione della sua vita ma per l’aspetto, giovanile nel vestiario e nei tratti, non avrebbe nulla da invidiare a un laureando magistrale sulla soglia della trentina iscritto alla Sapienza. Sino a poco tempo prima era un fotografo, che portava a casa dai tremila agli ottomila euro mensili, probabilmente di talento ma non si accenna mai alla sua bravura ma più appunto al valore economico della sua produzione. D’un tratto decide che della fotografia non gliene frega più nulla e che vuole scrivere. Pubblica, è apprezzato, sia dalla critica che dai lettori, ma non abbastanza da lasciare un reale segno nelle vendite della casa editrice. Non abbastanza evidentemente anche per la moglie (Valérie Donzelli), con la quale sembra essersi separato da tempo e che si trasferisce in Canada con i figli più che adolescenti. Non abbastanza per il padre (André Marcon) che torna a preoccuparsi di lui come se fosse quello studente della Sapienza di cui sopra: come camperai, come pagherai gli studi dei tuoi figli, perché hai lasciato un lavoro ben remunerato per un frivolo desiderio? Senza l’appoggio dei cari, senza una buona idea per un romanzo e senza una lira, Paul deve comunque mangiare e così si iscrive a Jobbing, un’inquietante applicazione in cui gli iscritti/lavoratori vendono le loro prestazioni, dal giardinaggio all’idraulica, al ribasso a datori di lavoro occasionali. L’unica condizione per Paul è che abbia tempo per scrivere.

Paul è regredito: da padre di Antoine (Oscar Tillette) ne è diventato figlio. Antoine lo chiama mentre è a una festa per assicurarsi che stia bene, per comunicargli che è stato scelto per un tirocinio in una buona azienda, un piccolo passo nel mondo del lavoro, e che quando sarà grande potrà aiutare economicamente Paul. E gli chiede di dirgli che è fiero di lui. Antoine lo chiama per congratularsi per il romanzo, che l’ha commosso e che regalerà a tutti i suoi amici, e lo sprona, gli dice di continuare così e che è fiero di lui. Qualche tempo prima, Paul ha affrontato qualsiasi mestiere e mansione per pochi spicci, frequentato case e datori di lavoro di varia estrazione sociale, annotando le loro peculiarità: un’attenzione che la regista (la stessa Donzelli) manifesta sullo schermo attraverso la voce narrante del protagonista e delle brevissime soggettive con l’immagine sporca, buia e piena di rumore, come una ripresa amatoriale. Paul Marquet ricorda Vitaliano Trevisan, solo che Trevisan prima ha “lavorato per vivere” – onesto sostenitore del “se potessi chiaramente non lavorerei ma dato che devo mangiare mi accollo qualsiasi mestiere perché non sarà questo che mi definirà” – e poi ha iniziato a scrivere, tra l’altro raccogliendo a un certo punto queste memorie professionali in Works (Einaudi, 2016). Mentre Paul, l’umiltà e la povertà la sceglie, in nome della libertà (se così si può chiamarla) e c’è chi addirittura lo chiama coraggioso.

Valérie Donzelli è al suo ottavo film da regista, nei quali non ha quasi mai lesinato la sua propria vita ed esperienza, raccontandola ed elaborandola, spesso interpretandola (è anche attrice e sceneggiatrice). La mattina scrivo è stato presentato in concorso a Venezia e ha anche vinto il premio alla miglior sceneggiatura, che ha tratto con l’aiuto di Gilles Marchand dall’omonimo romanzo autobiografico (il titolo originale di entrambi è À pied d’œuvre, che in francese vuol dire “mettersi a lavoro”) di Franck Courtès (Gallimard, 2023). Donzelli è figlia d’arte e anche lei ha abbandonato una “via facile”, cioè gli studi d’architettura, per dedicarsi alla recitazione e poi alla regia cinematografica. La mattina scrivo propone domande fisiologiche, tappe forzate della maggior parte degli individui. Mette sul tavolo la realizzazione personale e professionale, l’intransigenza, le scelte di vita e il loro prezzo, la precarietà, la paura di non crescere mai e di arrancare per sempre. Ma il discorso si allarga anche su temi ancora più grandi e attuali, come la nuova schiavitù di lavoratori occasionali e sottopagati vittime di recensioni distaccate, la vita degli artisti, il prezzo dell’arte, in termini di tempo e denaro, il diritto di desiderare anche quando si possiede pochissimo.

Quindi La mattina scrivo è un film sulla letteratura o sul tirare a campare, sull’esprimersi artisticamente o sulla dignità dei lavori più umili? Chissà se la risposta non risieda proprio nel fatto che, nei novantadue minuti del film, vediamo non lo stile e il talento di Paul ma esclusivamente i lavori che è “costretto” ad accettare per vivere. E, altra domanda, davvero è costretto a (e gli conviene) scegliere quei lavori per poter scrivere la mattina? O dietro l’operazione di Donzelli c’è un’involontaria retorica fricchettona che ripudia il privilegio e preferisce il “vero” sudore della fronte, i “proletari” strappi muscolari e le “realistiche” costole rotte? Tra l’altro saranno questi gli strumenti che permetteranno al protagonista di riuscire nella sua impresa, che, secondo l’editrice (Virginie Ledoyen), comunicheranno speranza ai lettori (che è questo che cercano, non storie di matrimoni che finiscono male); e nonostante tutto senza migliorare le condizioni della sua vita umile. Cosa ci rimane allora del bellissimo Paul, con gli occhialetti alla Gramsci, l’orecchino al lobo sinistro, cappello di lana e giacca di pelle, in una locandina in cui più che un muratore sembra uno scultore? Un accomodante film di denuncia travestito da dramma che strappa anche qualche sorriso, che fila liscio come un bicchier d’acqua, un pallidissimo Martin Eden, che porta avanti tematiche e non personaggi e che lascia alla fine della visione una sensazione: senza infamia e senza lode.