Tratto dall’omonimo roman à clef di Giuliano da Empoli (figura apicale del giornalismo italiano nell’ambito dell’economia e della politica) Il mago del Cremlino racconta del cambiamento profondo che investe la Russia post-sovietica sul finire degli anni ‘90. Al centro di questo cambiamento c’è Vadim Baranov, un brillante regista teatrale – che esordisce in questo campo in gioventù, immerso in un clima di sferzante ringiovanimento culturale – e che rapidamente si fa notare per la sua feroce ambizione. Sarà anche Vadim, infatti, a portare la Russia verso l’apice del reality show, della tv spazzatura e del controllo dei media volto alla propaganda filogovernativa. E sarà proprio lui, inoltre, attraverso le sue innate doti da comunicatore a portare al potere proprio Vladimir Putin (successore di Boris Nikolaevič El'cin), che assetato di potere e voglia di controllo racconta la parabola dell’opulenza sanguinolenta di un crudele politico.
Il mago del Cremlino di Olivier Assayas si inserisce in quella tradizione ultra-contemporanea che riguarda l’attinenza al vero e la seguente esplorazione di tutte le possibili trame. L’adattamento del romanzo di Giuliano da Empoli è stato svolto seguendo la massima fedeltà, e nella lavorazione è stata coinvolta, a riprova della nostra voglia di realtà, Emmanuel Carrère, che ha fatto di questa scuola letteraria-cinematografica-narrativa la sua fortuna – peraltro l’incursione dello scrittore francese e co-sceneggiatore del film è un assist geniale al Limonov di Serebrennikov, anche questo co-scritto da Carrère.
Anzitutto Il mago del Cremlino è un film lucidissimo che esplora il potere, che ci invita a prendere ampie boccate d’aria nel clima al livello apicale della piramide gerarchica per testare la rarefazione. Ed è fortemente legato all’idea altrettanto lucida di The Apprentice di Ali Abbasi; altro chiaro campanello d'allarme sulle pulsioni contemporanee del potere, e più specificamente sulle sue origini; in questo caso del tycoon Donald Trump. Il Vadim del film (Paul Dano) è un personaggio che quindi attraversa il tempo e lo spazio della scena verticalmente, e che risale la scala del comando guidato dall’ambizione e da una voglia indotta dalla caduta del regime comunista; e dalla conseguente apertura del Paese al commercio. Il capitalismo.
L’impianto narrativo di Assayas è articolato da una scissione in capitoli, che divide Il mago del Cremlino in unità minime di tempo. Ed è una scelta, al di là di tutto, funzionale al tono del racconto. Infatti, Vadim, Putin (Jude Law), Ksenija (Alicia Vikander, già collaboratrice di Assayas nella miniserie Irma Vep - La vita imita l'arte del 2022) e ogni altro personaggio presente nel film, altro non è che un’astrazione, una esemplificazione del suo referente “reale”. I personaggi parlano tra loro attraverso formule, piuttosto che battute.
Tutto quanto viene visto inoltre è legato alla dimensione strettamente deittica del racconto, dato che la narrazione è portata avanti da Vadim, che appunto dialoga con lo scrittore e ricercatore Lawrence Rowland; arrivato in Russia perché interessato alla figura dello scrittore Evgenij Zamjatin. Allora il film segue lungo tutta la visione il ritmo del rimbalzo tra presente e passato. O più precisamente tra racconto e presente storico.
È una scelta, questa, che non compromette la qualità generale del film, ma che invita a immaginare nuove formule per raccontare il presente. E l’allontanamento dato dalla forma, inevitabilmente compromessa dalle scelte di cui sopra, restituisce l’idea del potere (e la sua costruzione attraverso la comunicazione) come nuova forma d’arte. È una nuova performance? Indubbiamente l’idea che sta alla base risulta intrigante, come d’altronde lo è il potere per Vladimir Putin, che all’inizio era restio all’idea di assumere il posto di El'cin. Però l’impressione che resta addosso dopo la visione è un senso di parziale insoddisfazione, offerta soprattutto dalla non completa aderenza del fronte teorico e quello pratico. Come se il primo proiettasse un’ombra viscosa, troppo estesa sul secondo.