Sirāt è un film insopportabile. Che punisce l’essere umano perché intriso di inettitudine. Un’inettitudine viscosa che permea i corpi sin dalla nascita. Un peccato originale, la maledizione di Re Mida che tutto ciò che tocca tramuta in merda. Luis (Sergi López) con il figlio Esteban e il cane Pipa viaggia in macchina sino al Marocco per cercare la primogenita scomparsa. Raggiungono il deserto, colonizzato da chi ripudia le leggi del profitto, da chi al rumore risponde con il rumore e ci balla sopra.
Così entriamo in Sirāt; mani sporche tra le dita e sotto le unghie posizionano casse in mezzo a una distesa di sabbia, la musica si diffonde, l’inquadratura si riempie di persone che ondeggiano a tempo piano, senza esagerare: uno zoom su un formicaio, dentro uno sciame di vespe. Per lo più occidentali, tatuati, truccati, impolverati, senza denti, mutilati, abitini su pantaloni, anfibi e piedi nudi. Il padre di un mio amico (nella sua indubbia insanità, comunque in lotta con la genitorialità piena di divieti) ci diceva sempre: «Quello che fai a mezzanotte, puoi farlo ancor più facilmente a mezzogiorno». Non è con il favore delle tenebre che Sirāt racconta la technazza, i rave, la ribellione, ma con l’arancione della sabbia che diventa un tutt’uno con il cielo, riempito dal sole del primo pomeriggio attutito malamente dalle nuvole.
Io arrivo al cinema senza essermi imbattuta neanche per sbaglio né in un’immagine promozionale né in un trailer, così ai volti che Laxe inquadra dentro lo sciame faccio una relativa attenzione, li leggo come contesto. Invece scopro che sono Jade, Tonin, Stef, Bigui, Josh che parlano in arabo, francese, spagnolo e inglese: tutti insieme fanno nove mani e nove gambe e un parrucchino che ha preso le fattezze di una cresta da mohicano. Luis gli mostra la fotografia della figlia Mar e tra il brancolare nel buio e una possibile festa più a sud, vicino la Mauritania, sceglie di seguire i cinque e le loro due case/fuoristrada. Intanto camion di militari circondano la zona e fanno sgomberare.
Seguiamo le impronte che gli pneumatici giganti lasciano sulla sabbia (seguite dalle imbarazzanti ruote da città della monovolume di Luis), la direzione dei piedi nudi di Tonin e Jade che camminano dritti, le linee discontinue delle strade asfaltate. Linee (come quella che nella religione musulmana collega l’inferno con il paradiso – questo vuol dire Sirāt), percorsi che non conducono a niente. E non solo per noi che guardiamo, che in un deserto non potremmo mai orientarci, senza un supermercato, un’aiuola a distinguere un incrocio da un altro. I cinque sanno davvero dove stanno andando? E perché un padre responsabile è disposto a seguirli con un figlio e un cane a carico, il cibo e l’acqua che iniziano a scarseggiare? Mar è davvero scomparsa o come specifica Esteban, in quella che si chiama ingenuità nei bambini, è maggiorenne, è diventata grande e sta “semplicemente” seguendo le sue scelte?
Tutti si muovono come per inerzia, nell’alterigia dei fricchettoni, nell’imbarazzo di un genitore un po’ sovrappeso che chissà se ha mai fumato anche solo una sigaretta. In sottofondo l’autoradio sintonizzata nei canali francesi riporta incontri tra i potenti della Terra che si confrontano su un pericolo incombente. La terza guerra mondiale, dicono. «[...] quella forma di stupidizzazione collettiva che muove l’interesse per qualcosa solo se ci permette di maneggiare un’espressione spaventosa: vale anche per quella “terza guerra mondiale” che è già iniziata un numero di volte che ho perso il conto»; credo a questo punto che non sapremmo neanche più riconoscerla ー ammesso e concesso che possa fregarcene davvero qualcosa. E sì che viene in mente Mad Max, ma forse neanche più l’apocalisse è una fantasia.
Non si crea una famiglia amorevole, disfunzionale e vagabonda come si potrebbe facilmente infiocchettare: a stento si condividono le provviste, con distacco si “offre” la benzina per ingraziarsi le guide, si intrecciano e si rasano capelli che dicono addio al Vecchio Mondo. Non si capisce se questa mancanza di empatia sia frutto di un’alterazione costante causata dalle droghe o dal mondo circostante, dal nostro mondo, dal quale si rifugge tra le dune infinite dove riverberare la technazza. È tutto così insensato e scellerato: una macchina che come un giocattolo scivola via da un dirupo in balia della gravità; il guidatore è troppo giovane per avere la prontezza di tirare il freno a mano. È tutto così violento che nel silenzio del deserto non avrebbe senso neanche raccoglierne i resti e dedicargli una degna sepoltura.
È da questo momento che Sirāt diventa insopportabile. Non per il caldo, non per l’acqua e il cibo che finiscono, ma per l’ineluttabilità e l’insensatezza a cui costretti assistiamo. Ha l’odore di una strage, i muscoli tesi come durante un film horror, la pancia che fa male perché i bassi colpiscono le viscere. Meno una macchina: si continua il viaggio del padre ancora più a pezzi e i ravers ancora più fatti. Della fantomatica festa neanche l’ombra. Persi e senza benzina, si fermano in una zona pianeggiante, piantano le casse e un salottino, ricomincia il rito. Sotto il sole ondeggiano, cercando rifugio dal dolore, quando qualcosa esplode. Qualcuno. Chissà perché gli spettatori, presi ripetutamente a schiaffi, continuano ad accollarsela e non escono dalla sala. Prigionieri di un campo minato, non c’è via di scampo. Meno due macchine: le dirigono in folle per tracciare una via sicura, ma anche queste esplodono. L’inquadratura dell’orizzonte polveroso che viene interrotta di colpo con un boato e una fiamma gigante fa comprendere che ci si può spaventare anche solo con la vista (io e il mio compagno di visione siamo accartocciati sulla sedia, le dita che premono sulle orecchie per tapparle: infantili, non ne possiamo più).
Solo Luis, che non ha più nulla né da perdere che da vivere, sbotta nel silenzio camminando dritto verso le montagne, sicure. Per tutta la durata del piano sequenza non penso che qualcuno in sala deglutisca. Di colpo abbandoniamo i meschini sopravvissuti su una specie di tram nel deserto, stracolmo di gente. Ancora la macchina da presa si azzarda a inquadrare la via, i binari e siamo tutti con il fiato mozzato; ormai ci aspettiamo davvero qualsiasi cosa, un boato da un momento all’altro. Il film finisce ma non l’agonia.
Sirāt non punisce la technazza, i drogati, i reietti, i borghesi. Riflette l’inadeguatezza dell’essere umano su questa Terra, che con il tritolo è diventata ancora più ostile. E l’ostilità non è frutto dell’avanzamento della tecnologia, affinata per annientare la specie, ma è già dentro ognuno di noi. Come se la prima violenza fosse addirittura la nascita. Un padre che parte con un figlio nel deserto per cercare un’altra figlia li perderà tutti e due. Cinque individui fuori posto non potranno cavarsela in mezzo al niente, senza provviste e acqua corrente e una bussola. Perché persino nel deserto non c’è scampo. Persino la musica è presagio di morte. Sulla carta rimanere in vita non ha alcun senso, come vagare tra le dune. Che senso ha uscire dal cinema, che senso ha che cammino sul marciapiede e non sto esplodendo?