Nel 1970 Paul McCartney ha 27 anni quando viene pubblicato Let It Be e quando lascia i Beatles, sancendo la fine del gruppo a causa dei troppi diverbi. Un anno prima sposa Linda Eastman. A 15 anni, nel 1957, aveva conosciuto John Lennon unendosi ai Quarryman. Ne aveva 21 quando uscì il primo album dei Fab Four, Please Please Me: era il 1963. Non so se sia più difficile immaginare cosa abbia voluto dire questo divorzio a posteriori, ora che la storia è già fatta, o nei momenti esatti in cui i fatti sono avvenuti. Non credo che in molti al mondo potrebbero vantare alla stessa età di aver creato un immaginario così forte e immortale da sentirne un peso tale da voler chiudere i battenti. E dopo che sei stato uno dei Beatles, dopo che hai già vissuto momenti chiave d’ascesa, sviluppo e declino a neanche trent’anni, esattamente, che cosa vorresti ancora dire (in molti, negli stessi anni e non solo, e a quell’età avevano ben deciso di lasciare la scena)?

È questo che racconta Morgan Neville in Man on the Run, documentario del 2025. Anche se a dirla tutta è proprio Paul McCartney, la sua inconfondibile voce, calma, piana, inglese, a parlarci di sé, della musica, della famiglia, degli amici. Mentre succulenti fotografie, filmati di repertorio, materiale più o meno noto scorre, mentre si alternano brani sia iconici che meno conosciuti. Le fotografie vengono strappate, si sgretolano, si animano assecondando la narrazione di uno dei musicisti più famosi e importanti della storia, che dalle ceneri di un progetto seminale risorge e continua a creare. Neville si dedica principalmente al periodo tra gli anni Settanta e Ottanta, dai primi esperimenti di Macca da solista sino alla fine dei Wings, il gruppo che fonda con la moglie Eastman, Denny Laine (chitarrista dei Moody Blues dal 1964 al 1966) e vari musicisti che si sono alternati negli anni.

«Era l’unico posto in cui potevamo essere naturali in questo mondo innaturale», dice Linda: McCartney si rifugia in Scozia, insieme a Eastman e ai loro figli, in mezzo al niente, mettendo su una fattoria grazie alla quale non avere bisogno di alcun contatto con l’esterno, che in quel periodo era rappresentato da guai economici e liti con amici di una vita. L’alcol all’inizio sembra una facile via di fuga dal lutto. «Come potrei anche solo lontanamente essere allo stesso livello dei Beatles?» dice una delle due menti dei Beatles. Della musica è ancora possibile, è possibile crescere? A quanto pare sì. McCartney inizia a incidere, da solo, in casa, registrando tutti gli strumenti, prima McCartney (1970) e poi Ram (1971). McCartney è tornato ma la critica non è clemente. Se già il confronto con i Beatles è automatico, i due album da solista vengono recepiti come un’autonarrazione scialba e fricchettona, di cui a nessuno importa nulla, di un ex grande musicista che adesso si è ritirato a vita bucolica a spalare cacca di vacca, tra disegni infantili coloratissimi e stivaloni di gomma.

Il fienile di casa diventa il Rude Studio dove Laine alla chitarra, Eastman alla tastiera, Denny Seiwell alla batteria e McCartney al basso diventano i Wings. Bisogna dire che la narrazione fricchettona non era esattamente lontana dalla realtà. Un circo, un furgone carico di musicisti, strumenti, bambini e animali girava per le università della Gran Bretagna, suonando per pochi spicci, portando con sé un'«aggressiva semplicità» . Nel frattempo uscivano degli album (Wild Life, 1971; Red Rose Speedway, 1973), altrettanti flop: troppo poco impegnati per l’epoca, e che ci fa Linda Eastman, fotografa, alle tastiere? Poi Lagos, Nigeria. Altra formazione ed ecco Band on the Run, registrato in sale poco aggiornate tecnologicamente, scampato a tentativi di furti e con una copertina indimenticabile: il gruppo (tra i musicisti, alcune celebrità apparentemente fuori luogo) illuminato da un occhio di bue, colto in flagrante nella fuga, appunto, come la Banda Bassotti. Ancora una fuga, come quella precedente in Scozia, questa volta dalle ennesime noiose comparazioni, dalle aspettative. Una fuga come quella di Easy Rider o di Butch Cassidy (cinema che Neville monta all’interno del suo cortometraggio). Ma questa volta possono prendere fiato: il pubblico e la critica li applaude.

A forza di paragoni con i Fab Four, anche i Wings ottengono il loro tour mondiale nel 1975. Mullettoni, paillettes, giochi pirotecnici, strumenti di qualsiasi sorta, stadi pieni, il Madison Square Garden di New York. La maggior parte del repertorio video live della band è testimone di quel tour epico: Live and Let Die ha quelle immagini lì. Altri tre album, altre formazioni: Venus and Mars, 1975; Wings at the Speed of Sound, 1976; London Town, 1978. Ma dopo l’apice, un lento declino. L’ultimo album, Back to the Egg (1979), perde i consensi precedentemente conquistati, l’agognato tour in Giappone salta per della marijuana nelle valigie dei musicisti, scoppia uno scandalo e McCartney lì viene arrestato. Probabilmente una fisiologica stanchezza affligge il progetto e in particolare un problema, che spesso hanno riconosciuto le varie formazioni e che questa volta colpisce anche Laine: nonostante McCartney facesse di tutto per ritenere di pari merito e livello tutti i componenti della band, la sua ombra lunga, la sua fama li inghiottiva facendoli scomparire. Una sfumatura a cui lo stesso Macca era sensibile, dato che per tutti gli anni dei Beatles, e in particolare verso la fine, gli veniva riconosciuta una certa prepotenza.

Il documentario di Neville finisce qui, con la mite fine dei Wings, con il ritorno da solista di McCartney (McCartney II, 1980), con l’omicidio di Lennon, al quale si accenna durante tutta la durata, non solo negli accattivanti toni litigiosi ma nell’affermazione di un rapporto, di un amore, che è stato comunque duraturo e sincero ed espresso sino alla fine. Se si è in cerca di una storia, i cui volti, le cui immagini, le cui canzoni sono ai limiti del familiare – sentimento che non ne oscura l’epicità – Man on the Run è esattamente quell’oggetto prezioso. D’altronde lo afferma lo stesso Neville: «The best thing about it for me as a filmmaker ... is that not only do I get to indulge my musical love, but that music is, to me, the most amazing Trojan horse to tell any other kind of story. The best music films are not about music ... Music is just the language we're speaking to tell a story about culture». Una dichiarazione d’intenti che non sminuisce l’approccio del regista (ormai navigato documentarista), che, se in parte può apparire poco scientifico, poco strettamente musicale, decide di adottare una storia, magari anche da fan. E probabilmente il cuore (in tutti i sensi) di Man on the Run sta proprio in questo.

Il terreno potrebbe apparire scivoloso, ma Man on the Run non vuole e non può andare oltre la testimonianza di un grande artista che, incredibilmente, a un certo punto della sua vita si è sentito più piccolo, misero rispetto alla sua opera. Ad un’opera magistrale che ha condiviso con amici di una vita. Oltre le malelingue e le sfumature pruriginose ai limiti del pettegolezzo – che tante ne hanno dette sul conto di McCartney e Lennon – , se l’amicizia è un sentimento al pari dell’amore, l’inizio del documentario è la fine di una relazione, che condivide con il lutto le stesse fasi salienti. Dopo la fine, un nuovo inizio non è mai immaginabile. Niente sarà più come prima, io non sarò più come prima. E chissà se è questa sincerità a tenere incollato lo spettatore, più o meno fan dei Fab Four e dei Wings in particolare. Neville sceglie l’umanità quindi non a caso lascia la parola a McCartney (e a chi ha partecipato ai Wings e ne ha gioito), che si sente sempre ma non si vede mai: la sua unica immagine sta nel ricordo, in quel gigantesco archivio iconografico. E dato che con il passare del tempo (e a seconda di chi racconta) i fatti si modificano, i dissapori si smussano, le gioie si esagerano, la tecnica mista impiegata, che tagliuzza, sbriciola e colora, rende interpretabili anche le prove schiaccianti di una fotografia.

E se di testimonianza si è parlato sino ad ora è solo grazie a Linda Eastman. L’immaginario di McCartney, della famiglia bucolica di splendidi noto a chiunque esiste perché Eastman l’ha immortalato spesso, in ogni momento, da quello più scenografico a quello più intimo. D’altra parte Linda faceva proprio la fotografa di mestiere, ancor prima di incontrare il marito, specificamente durante i concerti di gente tipo Bob Dylan, Janis Joplin, Jimi Hendrix eccetera. Il primo incontro con McCartney sarà proprio attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica. Di solito si ricorda Yoko Ono come la più odiata tra le compagne dei Beatles, riconosciuta addirittura come uno dei motivi dello scioglimento ma con Eastman l’opinione pubblica non c’è andata proprio meno pesante. Anzi, tra le tante critiche sul primo McCartney solista e poi con i Wings alcune si sono scagliate proprio contro di lei. Non sa cantare, non sa suonare, è sul palco solo perché è la moglie del capoccia! Ma nonostante tutto Linda è rimasta lì, al posto che gli spettava, dato che lo stesso McCartney le aveva chiesto di fondare una band insieme. Lontana dal desiderio di interpretare il ruolo di first lady, nella sua mitezza Eastman ha imparato a cantare e a suonare, evidentemente agendo sull’immaginario della famiglia, ancor prima che della band. Fotografa e attivista, il suo personaggio, se così si può chiamare, in coppia con il marito rende l’idea di quanto sia fisiologico in amore coinvolgersi e condividere passioni e invenzioni. L’arte tra le mani di McCartney/Eastman è il canale preferenziale per comunicare amore.

D’altra parte, McCartney è di questo che ha parlato e raccontato nelle sue canzoni, in particolare nel primo periodo da solista: ovvero di quello che possedeva in quel momento, che lo rendeva felice, che lo faceva svegliare al mattino sorridente anche se intriso di lutto per i Beatles. E di cosa avrebbe potuto scrivere sennò, attraverso la musica, che è il suo modo, l’unico che possiede davvero, e a prescindere e che rimarrà dopo i Fab Four. I look high / I look low / I’m looking everywhere I go / Looking for a home in the heart of the country / Want a horse / I want a sheep / I wanna get me a good night’s sleep / Living in a home in the heart of the country. E come dargli torto, poi. Soprattutto di questi tempi difficili, chissà se una pecora, un prato, una famiglia potrebbe essere la reale alternativa, la vera risposta, fortissima, al mondo in fiamme.