«Ma quanti milioni ha maneggiato lei? Ha maneggiato più milioni o sentimenti?». Scelgo questa citazione da Troppolitani, tratta un po’ a caso dal primo episodio (Tre fratelli), perché è oggettivamente impossibile scegliere tra le altre innumerevoli battute. In Troppolitani assistiamo, infatti, alla messa in scena che verte tutta su l'iconico profluvio linguistico di Antonio Rezza che, armato di microfono all’indice, tratto caratteristico del programma, svolge delle interviste quasi interamente a Roma, in luoghi particolarmente affollati (il cimitero del Verano, il centro di collocamento, Stazione Termini). Seguito da due camere, Marco Tani e Flavia Mastrella (al montaggio Jacopo Quadri, già collaboratore nel film d’esordio Escoriandoli del 1996), il programma racconta delle inquietudini dell’uomo e della donna del 2000, che con l’arrivo del nuovo millennio si affacciano su un mondo nuovo, fatto di geopolitica nascosta tra le piaghe della modernità, di un’Italia calata nel pieno del consumismo e delle questioni che, oggi, sembrano tutt’altro che risolte. Il fascino che Troppolitani ha agito su di me è stato esponenziale. Inizialmente non riuscivo ad afferrare la genialità del prodotto (anche perché bisogna avere una certa confidenza con la formula performativa di Rezza, per calarsi nella sua dialettica). Ma l’interesse si è presto trasformato in ossessione; ossessione verso il racconto di un mondo relativamente vicino nel tempo ma contemporaneamente quasi integralmente scomparso. Quello del 2000 appunto. Un mondo fatto di persone, romani e non, diversi ma uguali alle persone che oggi questa stessa città la abitano. Troppolitani potrebbe acquisire a mani basse lo statuto di oggetto e fonte storica, come una VHS messa in una capsula del tempo, disseppellita per errore prima del dovuto.  

Il programma, realizzato a cavallo tra il 1999 e il 2000, conta in totale quindici episodi e tre “speciali”, ovvero Fuori dove? (2009), Milano, via Padova (2016), e Valle occupato (2016), realizzati con la stessa modalità della camera a due e microfono sull’indice, e di lunghezza variabile. Nell’apparente semplicità dell’esecuzione, si nasconde in realtà una complessa macchinazione continua ad opera di Antonio Rezza, maschera impassibile/intervistatore attore, che tramite la capacità manipolatoria del suo linguaggio imbastisce dibattiti e commenti, quando non addirittura veri e propri conflitti e situazioni al limite con il teatro dell’assurdo; come gli spassosi pedinamenti in Piazza San Pietro, o il caos generato dalle multe e dal senso del possesso di un’auto nell’episodio Al Policlinico. La satira di costume e sociale è insita nell’intero svolgersi della serie, ed è accompagnata dall’umorismo geniale con il quale Rezza e Mastrella infiocchettano ogni loro opera.  

Queste chiavi di lettura ne hanno fatto la coppia più influente ed apprezzata da pubblico e critica (nel luglio 2018 il Festival Internazionale di teatro della Biennale di Venezia gli ha assegnato il Leone d'oro alla carriera). Dall'ultimo lavoro teatrale Metadietro, passando per gli ormai semi-classici Fotofinish, 7-14-21-28, sino a un’opera seminale come Pitecus, il comune denominatore della coppia RezzaMastrella si è distinto per la genialità con cui ha saputo dare nuova linfa al panorama teatrale, rimanendo indipendenti dagli esordi fino ad oggi (portando avanti una lunga battaglia riguardo questo tema). I loro lavori teatrali sono accomunati da una inevitabile dissoluzione del linguaggio, da un’ironia geniale, da uno srotolamento del parlato che intrappola i personaggi nevrotici dentro i “quadri” di Flavia Mastrella; in grado di offrire soluzioni creative sempre nuove al corpo di Antonio Rezza, come fossero in grado di mettere in atto un gioco minimalista e massimalista insieme.  

Tornando quindi a Troppolitani, l’innovazione è sicuramente ascrivibile anche alla consapevolezza riguardo il mezzo televisivo in itinere. Nel corso della ricerca di storie, situazioni e personaggi, la cosa che salta all’occhio è che la troupe si muove nella città esercitando un innegabile appeal sui passanti; in anni durante i quali il medium televisivo ancora padroneggiava, e durante i quali era in grado di attirare le persone verso l’interazione spontanea in favore di camera. Rezza confronta, chiede, nega e dipinge un’umanità che resta nuda di fronte alla velocità con la quale i cambiamenti intervengono sulla società tutta. E mi riesce alquanto difficile non pensare a un qualche tipo di filiazione da un altro prodotto televisivo altrettanto impattante, che qualche anno prima chiudeva i battenti, ma che è stato in grado di descrivere l’immaginario del presente come poche altre cose: Cinico TV

Non sarebbe un collegamento così astruso, infatti, pensare a Troppolitani come a una risposta romana del palermitano Cinico TV di Ciprì e Maresco. Il paragone viene quasi spontaneo, anche e soprattutto se pensiamo alla vicinanza, come dire, ideologica, degli autori di entrambi i programmi (il cinismo di fondo, la contestazione continua dello stato delle cose, l’insoddisfazione sociopolitica che schiaccia l’individuo); oltre alla collisione diretta in Un film fatto per bene (2025) di Franco Maresco, con la presenza di Rezza nel ruolo della morte bergmaniana. Questi due prodotti sono quindi delle fotografie in serie, lucide e taglienti, di due decenni di trasformazione antropologica, e se nel caso di Troppolitani la forma è più libera e a colori, più “rilassata” – grazie anche alle riprese a mano libera di Mastrella e il suo sperimentalismo –, Ciprì e Maresco non nutrono la benché minima speranza per i loro personaggi. Questi sono uomini soli, rigettati dalla società, relegati ai margini di un cielo scuro come la notte, catapultati nei salotti dell’italiano medio durante l’ora di cena.  

Troppolitani, a guardarlo oggi, lascia in bocca un sapore dolceamaro di libertà e cose passate. A mancare sono proprio i modi di fare autonomi che difficilmente attecchiscono nella scena culturale di questo Paese. Rezza e Mastrella avallano fortemente quella scuola di pensiero del “se non lo fai tu nessun’altro lo farà”. Cioè, sono promotori attivi dell’indipendenza (monetaria e ideologia) dell’artista nell’ambito produttivo, degli spazi in quanto luoghi della collettività (in Troppolitani sono proprio gli spazi comuni il centro del discorso) e del denaro, inteso anche come finanziamento pubblico, appartenente allo stato. Come se questo, secondo un’idea altamente romantica ma non per questo meno apprezzabile, inquinasse il senso dell’arte, e della libertà che il creativo si affranca rispetto al sistema gerarchico – qualunque esso sia. Ed è, a mio vedere, un’idea necessaria oggi. Perché col cambiamento dei paradigmi economici, nell’era dei social e di quello che McKenzie Wark chiama Neo-feudalesimo, mi sembra di vedere un mondo che svende tutto il possibile e oltre, come se ogni singola emozione, accessorio, gusto, fetish e contenuto culturale fosse in vendita dentro un bazar virtuale immenso, e noi consumatori pagassimo con l’attenzione perpetua e la cessione indistinta della privacy. C’è un prezzo per tutto, e per affrancarsi dai rigurgiti della coscienza oggi basta mettere una pezza, e segnalare il tutto con il più triste degli #adv.