Nel 2025 sono arrivati due diversi film di Richard Linklater, entrambi incentrati su un momento cruciale nella vita di un genio del ‘900. Blue Moon (qui la recensione) in Italia è semplicemente apparso sulle principali piattaforme di noleggio, senza che nessuno sapesse né come né quando, bypassando al momento un qualsiasi passaggio in sala e una qualsiasi forma di promozione. Il film, di fatto, da noi non l’ha visto nessuno. Nouvelle Vague invece è arrivato in sala il 5 marzo 2026 grazie a Lucky Red - peraltro a pochi giorni quindi dall’acquisizione della compagnia di Andrea Occhipinti da parte della francese StudioCanal - contando, oltre che su un precedente passaggio all’ultima Festa del Cinema di Roma, su una discreta campagna sui social e su una serie di eventi dal vivo organizzati ad hoc. Questa disparità è chiaramente figlia degli atavici problemi della distribuzione italiana; è palese e non occorre sottolinearlo. Rispecchia però, involontariamente, l’identità stessa dei due film. Blue Moon racconta una sconfitta, in cui non è neanche concesso l’onore delle armi a Lorenz Hart; Nouvelle Vague mostra invece una vittoria, un genio lodato senza essere messo in discussione - nemmeno dallo stesso Linklater.

Eppure la pellicola si apre con un’idea molto affascinante e divertente, ovvero quella di mostrare un Godard - ben interpretato da Guillaume Marbeck - rimasto giù dal carro della fama su cui invece viaggiano i colleghi critici e adesso registi dei Cahiers du Cinéma. Siamo a Parigi nel 1959. Appena tre anni prima con Le beau Serge, Chabrol dava vita al movimento, a cui si sarebbero presto aggiunti Rivette e Rohmer. L’amico più vicino, François Truffaut sta per presentare il suo esordio al festival di Cannes. Alla storica proiezione de I 400 colpi vanno tutti, meno uno: Jean-Luc, che decide di restare a Parigi mangiato dall’invidia. Si ritiene superiore agli altri, eppure non riesce a girare il suo esordio. Incapace però di resistere alla curiosità, si reca al festival, dove assiste alla standing ovation successiva al film. Arriva la consacrazione del suo gruppo, stanno effettivamente cambiando la storia del cinema, lo si avverte nell’aria. Lui però sembra insoddisfatto, vorrebbe che tutto quel clamore fosse indirizzato a lui. L’inizio di Nouvelle Vague è molto bello. Godard si sforza ad apparire distaccato e superiore a ciò che gli succede attorno, con Linklater che gli fa indossare per andare in questa direzione i suoi tipici occhiali da sole in qualsiasi situazione, all’aperto o al chiuso, il giorno o la notte, riprendendo l’iconografia che lo stesso Jean-Luc aveva costruito per il proprio personaggio pubblico. Il regista texano prende in giro il suo idolo con grande sensibilità, lo ammira esponendolo al pubblico restituendogli tutta quell’umanità che il francese aveva sempre celato. 

Poi però Nouvelle Vague, con l’arrivo della produzione di Fino all’ultimo respiro, cambia segno, trasformandosi in un ritratto più simile al santino che ad altro. Non riesce più a costruire una dialettica sul suo protagonista, proteggendone anzi proprio quell’immagine di algido genio che è già ben nota al pubblico. Nel momento in cui inizia a lavorare, le sue stranezze non sono più messe in discussione, bensì diventano quasi sintomo della sua stessa grandezza. Come a dire: “Se faceva così, aveva ragione lui. Se la pensava in quel modo, è solo perché ne sapeva sempre più degli altri”. Linklater lo mette su un piedistallo da cui Godard non scende più per tutto il film. In questo caso sono gli altri ad apparire ottusi, incapaci di vedere il miracolo mentre avviene davanti a loro. E personalmente la pellicola stessa si veste di tutti quegli aspetti problematici facilmente riscontrabili tanto nel cineasta francese, quanto nella sua intera filmografia. Diventa pesante, verbosa, troppo impegnata a parlare alla mente dello spettatore piuttosto che ad emozionarlo. Perché si deve fuggire dalla facile emotività. 

Non venendo mai messo in discussione il genio di Godard, né tantomeno Fino all’ultimo respiro, ne viene fuori un personaggio estremamente antipatico. E, attenzione, non per quei difetti di cui sopra, che permettevano anzi di provare empatia per un uomo pieno di spigoli. Al contrario non c’è niente di più antipatico di un vincitore annunciato che si lamenta; di un genio che non vuole fare nulla per aprirsi agli altri; di un uomo che, anche quando è supportato, si lamenta di non esserlo. Nouvelle Vague mette tutto ciò in scena costruendo una narrazione che non sembra cogliere il cortocircuito, alimentando anzi questa versione che Godard spesso forniva di sé. Non si va in profondità e si reprime quello spirito affettuosamente iconoclasta mostrato nelle prime scene. Il racconto di Linklater (su sceneggiatura di Michèle Halberstadt e Laetitia Masson) respinge la ricerca della verità in tal senso. Perché Godard è sì il genio di Fino all’ultimo respiro. Ma è anche quello a cui Truffaut avrebbe rivolto, in un celeberrimo scambio di lettere, le seguenti parole:

“Tu l’hai sempre avuta l’arte di farti passare per vittima, come Cayatte, come Boisset, come Michel Drach, vittima di Pompidou, di Marcellin, della censura, dei distributori con le forbici, mentre invece sai sempre cavartela assai bene per fare quel che vuoi, quando vuoi, come vuoi e soprattutto conservare l’immagine pura e dura che vuoi mantenere, sia pure ai danni di persone indifese.”

In Nouvelle Vague la prospettiva adottata è quella di Godard: non fa la vittima, È VITTIMA. Si supporta la tesi per cui gli va riconosciuto più di quel poco che gli si riconosce oggi. Eppure, almeno al sottoscritto, non risulta che questi sia poco citato, poco apprezzato o poco lodato. Anzi.

Che dispiacere vedere Linklater - quello della gioventù di Dazed and Confused (1993); quello della Before Trilogy, Before Sunrise (1995), Before Sunset (2004) e Before Midnight (2013); del film girato in 12 anni, Boyhood (2014); quello del rotoscopio di Waking Life (2001), A Scanner Darkly (2006) e Apollo 10 e mezzo (2022); quello di Merrily We Roll Alone, le cui riprese sono iniziate nel 2019 e si concluderanno nel 2040 - fare un film così privo di spunti interessanti allora. Stesso discorso andrebbe fatto per la ricerca estetica di Nouvelle Vague, che cancella qualsiasi cifra del suo autore, per replicare quella dei lavori omaggiati dal lungometraggio, creando un discutibile effetto di rétro posticcio. Quell’effetto era già fastidioso in Mank di Fincher, ben più elegante di questo, ma parimenti lontano da una qualsiasi autenticità. 

Ecco, solo alle ultime righe di questa recensione viene fuori la parola autenticità. Fa pensare: è la prima che verrebbe in mente pensando a Richard Linklater, l’ultima che verrebbe in mente vedendo Nouvelle Vague.