QUESTO FILM È GGGIOVANE tuonava il voice over distorto di Yotobi nella leggendaria recensione di AlbaKiara, datata gennaio 2013. QUESTO SCREAM È GGGIOVANE ruggirebbe nuovamente il noto creator Youtube nei confronti della creatura messa a schermo da Kevin Williamson – storico sceneggiatore della saga chiamato qui al suo secondo progetto dietro la macchina da presa (Il primo fu Killing Mrs.Tingle, nel 1999). E chissà che in fondo, quella che per dover di forma ci stiamo forzando a travestire da recensione, non sia in realtà un’accorata supplica al pioniere Karim Musa - e al suo tempo libero, ai suoi effetti visivi, alla cameretta/studio di una volta. Specie a fronte di un film, o sarebbe meglio dire un’operazione, che nel suo improvviso deragliare e affrettato rattoppare avrebbe senz’altro meritato uno “sclero” vecchio stile – con animazioni infuocate al seguito.
Del resto, ragionare sul settimo capitolo di Scream significa innanzitutto mettere a fuoco le sue dinamiche produttive. Per comprendere appieno quanto la scelta di Kevin Williamson – lungi dal verificarsi secondo le sole linee guida di una retromania che guida molto del cinema contemporaneo – sia stata più che altro pensata nei termini di un accomodante salvagente gonfiato a bocca, Gettato alla saga e ai suoi fan per nascondere l’inevitabile naufragio di una delle epopee horror più longeve e qualitative di sempre.
Ma, come di consueto, andiamo con ordine.
Il periodo da cerchiare in rosso sul calendario è l’agosto del 2023. Il momento in cui, cioè, Bettinelli-Olpin e Gillett (già registi di Scream 5 e Scream 6) abbandonano il progetto del sequel a causa di alcuni conflitti legati alla realizzazione del film Abigail. Il 21 novembre dello stesso anno arriva la seconda coltellata: Melissa Barrera, nuova protagonista del franchise a partire dal passaggio di consegne in regia post Scream 4, viene licenziata a causa di alcune prese di posizione pubbliche relative al conflitto israelo-palestinese. Di qui l’effetto valanga. La saga perde sia Jenna Ortega, già co-protagonista con Barrera degli ultimi due capitoli, sia Christopher Landon, inizialmente designato per raccogliere il testimone di Olpin e Gillett – rifiutatosi, a quel punto, di portare avanti il film.
Tutto da rifare insomma. Ma la risposta dei piani alti non si fa attendere.
I nomi per il rilancio sono due: il già citato Kevin Williamson e Neve Campbell (aka Sidney Prescott). Una mossa furba, chirurgica. Non solo una decisione in soluzione di continuità con tanta della nostalgia cinematografica degli ultimi 10/15 anni (che, anche all’interno del grande calderone del genere horror (Halloween), sta provando a restituire brillantezza a marchi usurati dal tempo e il più delle volte spremuti ad nauseam). Ma anche e soprattutto fumo negli occhi, interesse ad accaparrarsi il favore del pubblico nascondendo polvere sotto al tappeto. La scriteriata dissimulazione di un’evidente mancanza di programmaticità, finita per tradire lo spirito di una saga rivoluzionaria.
Vittima infatti di questo sconclusionato raffazzonare, che ha interrotto forse sul più bello il nuovo corso targato da Olpin e Gillett, Scream 7 non ha conservato alcunché del disegno che fu di Wes Craven. Non la capacità di leggere i tempi e la società/cinema al di fuori della macchina da presa, così da evolvere e di volta in volta rilanciare il discorso meta su cui si fondava il capostipite. Non l’innata abilità nelle gestione degli spazi fisici e specialmente di quelli analogico-digitali, raccontati con la medesima potenza dal trillo di un telefono fisso e dal tono di una notifica Whatsapp. Né, a dirla tutta, ha provato a raccogliere l’eredità della duologia post Craven che, al netto di alcune difficoltà dovute alla necessità di trovare un equilibrio tra cast storico e nuove star, ha però saputo cogliere il bisogno di una sorta di “rebranding”. Sostituendo Woodsboro con New York e scegliendo dunque di ragionare su concetti quali dispersione identitaria, spersonalizzazione e moltiplicazione del pericolo (la sequenza in metropolitana è, anche geograficamente, decisiva in questo senso).
Pur contraddistinto da una messa in scena a tratti garbata, responsabile di un paio di sequenze di ottimo intrattenimento (su tutte, forse, quella d’apertura), Scream 7 rappresenta invece l’esasperazione di una formula stantia. La resa incondizionata a un cinema privo di idee e costretto a rifugiarsi in vecchi corpi e scenografie per esigenze esclusivamente pubblicitarie. Per un film che, assorbita la deriva violenta dell’horror contemporaneo (Terrifier), si attesta come un “blockbuster-boomer” senza precedenti. Un polveroso santuario commemorativo della bellezza di un tempo che, condito da un utilizzo imbarazzante dell’intelligenza artificiale, si affanna invano a dichiararsi fresco e al passo con i tempi.
In altre parole...GGGIOVANE.