Uscito dalla sala dove ho visto L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho, penso subito a due ragazzi che ho incontrato nel luglio 2025 qui a Roma, appena fuori casa mia. Erano un po’ spaesati, alla ricerca di qualcuno che permettesse loro di fare una chiamata, perché avevano finito il credito. Mi hanno fermato immediatamente, spiegandomi la situazione. Ho quindi prestato volentieri il mio router. Mentre uno dei due contattava un’amica per capire dove e quando raggiungerla l’altro, evidentemente avvezzo alle chiacchiere e con un sorriso pacioso, mi raccontava la loro storia: per farla breve, erano brasiliani arrivati in Italia da qualche mese per studiare medicina. Conclusa la chiamata, il ragazzo mi ha spiegato che dovevano raggiungere la metro, a circa quindici minuti da lì, così mi sono offerto di accompagnarli. Per tutto il tragitto abbiamo parlato di cinema, in particolare di un film brasiliano che avevano, come me, apprezzato moltissimo: Io sono ancora qui di Walter Salles, ispirato alla storia di Eunice Paiva che per tutta la vita si è battuta affinché venissero trovati e condannati i colpevoli dell’assassinio del marito, Rubens Paiva, oppositore del regime militare, arrestato e ucciso dalle forze armate. Mi hanno raccontato di averlo visto in Brasile, di quanto quel film fosse stato importante per il Paese, e di come le sale cinematografiche si fossero riempite di gente in quel periodo: dai militaristi agli antimilitaristi, dai più giovani agli adulti. Collegandosi al film, hanno continuato a raccontarmi della situazione complessa che ha vissuto e che tuttora vive il Brasile, di come in alcune zone della loro città fosse meglio non addentrarsi, per poi chiedermi cosa pensassi di Roma, confessandomi con entusiasmo che la amavano, ma che appariva piccola ai loro occhi rispetto a Rio de Janeiro o a Brasilia.

Mi è difficile non partire da questo piacevole ricordo, perché anche L’agente segreto si muove dentro lo stesso passato di Io sono ancora qui, ovvero il Brasile degli anni Settanta durante la dittatura militare, raccontato però in modo più frammentato. Armando Alves (Wagner Moura) è un uomo in fuga che trova rifugio in un appartamento a Recife prestatogli da Dona Sebastiana, un’anziana ex anarco-comunista che protegge e aiuta altri perseguitati politici. A Recife si ricongiunge al figlio Fernando, che vive con i nonni materni dalla morte della madre, e cerca di organizzare la loro fuga da una città attraversata da tensioni politiche e corruzione.

Mendonça Filho costruisce L’agente segreto sui molteplici sguardi che devono e vogliono riorganizzare narrazioni disperse e dispersive, atteggiamento già riconducibile al suo precedente documentario, Picture of Ghosts, dove raccontava Recife, la città dove è nato e cresciuto, analizzando materiali d’archivio. Di fatto, struttura la storia di Armando privandola di coordinate narrative definite (deve nascondersi, e quindi confondere), frammentando le situazioni e scandendola con ritmi irregolari, lasciando che si ricomponga solo in un secondo momento, quando Flavia, una ragazza nel nostro presente, sceglie di tornarvi sopra e riallinearla attraverso registrazioni audio, articoli di giornale e foto d’archivio. È lo sguardo del presente che incontra una vita scomposta (o una città scomposta nel caso di Picture of Ghosts, che ora sembra un preambolo a L’agente segreto), la cui conclusione è confermata da un documento ufficiale che appare inaspettatamente e in modo anticlimatico, sul monitor di un computer, subito dopo una sequenza tesissima.

I documenti-testimonianza tornano anche nella linea temporale di Armando, che negli archivi dell’anagrafe dove lavora cerca la carta d’identità della madre (mentre lui stesso vive sotto il falso nome di Marcelo, per la sua sicurezza). Questi documenti diventano dispositivi centrali per il procedere del racconto (dei racconti), già presenti in Picture of Ghosts, dove servono a leggere il mutamento del tessuto urbano, e in Io sono ancora qui, in cui Eunice cerca per oltre vent’anni il certificato della morte del marito. Piccole tracce sparse ma indispensabili che legano profondamente identità e memoria, la cui tutela rende possibile la registrazione e il recupero di ciò che è accaduto. È solo nel momento in cui un’esistenza lascia un segno verificabile che può sottrarsi alla dispersione e alla cancellazione. Eppure rimane una garanzia sempre parziale, esposta tanto alla perdita quanto alla manipolazione, e quindi incapace di restituire pienamente la complessità di una vita, umana e non, che nei documenti sopravvive come frammento, come residuo. È da qui che nasce l’esigenza di una rilettura, un gesto più efficace del ricordo stesso, come evidenzia il finale de L’agente segreto, quando Flavia va a trovare Fernando ormai adulto per consegnarli una chiavetta con tutte le registrazioni audio del padre.

Ma per chiarire l’intero disegno bisogna partire dalla sezione centrale del preambolo-Picture of Ghosts, una lunga parabola sulla storia di tre sale cinematografiche nel centro di Recife, dal loro sviluppo alla loro morte. Una di queste è il cinema São Luiz, che ritorna anche ne L’agente segreto, dove il suocero di Armando/Marcelo lavora come proiezionista. Qui proiettano Lo squalo di Spielberg — film linearissimo al contrario di quello di Mendonça Filho. Il piccolo Fernando vorrebbe vederlo, ma ha gli incubi solo guardando la locandina. Una volta cresciuto, confessa a Flavia di averlo finalmente visto dopo aver insistito a lungo, e solo allora gli incubi poterono sparire. Oggi quel cinema è diventato un ospedale, e Fernando è diventato un medico. Del padre non ricorda un granché: «lo conosci meglio tu», afferma rivolgendosi alla ragazza. Lei, che ha riletto la storia e un’identità.

Continuo a pensare a quei due ragazzi. Vorrei dir loro che, rispetto a Io sono ancora qui, L’agente segreto sembra più freddo, più sfuggente, ma potente allo stesso modo. Dove Salles costruiva coscientemente un racconto emotivamente condiviso, Mendonça Filho sceglie la dispersione e la discontinuità, lasciando allo spettatore il compito, non sempre facile, di ricomporre i frammenti. Mi piacerebbe tanto rincontrarli, i due, sapere cosa ne hanno pensato e quali effetti ha prodotto il film nel loro Paese. Non ricordo i loro nomi, non ho una loro foto e ormai il loro volto non è più chiaro nella mia mente. Se li vedessi non li riconoscerei, come loro non riconoscerebbero me.

I. mi suggerisce una frase scritta da Clarice Lispector in Un soffio di vita: «El instante surge ya hecho de fragmentos». «L’istante già è fatto di frammenti».