C’è un tempo nella vita di ogni individuo in cui le sigarette non fanno male, e manco l’alcol. C’è stato un tempo in cui non ci eravamo boicottati a tal punto da individuare nei piaceri più prelibati l’indebolimento, la sofferenza e la morte. La medicina ha fatto il suo corso e i mozziconi sono diventati elettronici. Per carità, non è che a nessuno prima della legge Sirchia (Italia, 2005: divieto di fumo nei luoghi pubblici chiusi) fosse venuto in mente che quaranta sigarette al giorno (ma anche una) non fossero proprio un toccasana, però era diverso. Come se si desse un peso inferiore alla vita? Magari la Terra era popolata solo da adolescenti. Comunque, un piacere simile, novecentesco, di immortalità lo ritroviamo ormai solo nell’arte. Il più soddisfacente è il cinema (quando è concesso). Lorenz Hart accende quegli enormi sigari senza pensarci, li accoglie tra le labbra come i suoi amanti e beve quegli shot, centellinati, come se rinsavisse dopo ognuno, come se ne valesse della sua stessa vita.

Blue Moon è il titolo di una delle canzoni più celebri di Hart, paroliere newyorkese che ha spaziato dal teatro alla musica. Peccato che Hart stesso lo reputi il brano peggiore che abbia mai scritto. Anche se peggio di Blue Moon c’è Oklahoma!, il musical scritto dal suo ex sodale compositore Richard Rodgers con Oscar Hammerstein II, che nel duo ha preso il posto di Hart. È la prima e Hart va via subito dopo la fine, ne ha abbastanza, nonostante la platea in visibilio. Così si fionda nel suo locale di fiducia e da lì non usciremo mai per tutti i cento minuti del film. D’altronde Linklater ci ha fatto prendere una “profonda” boccata d’aria proprio nei due minuti iniziali: in un vicolo buio mentre piove a dirotto e Hart si accascia a terra cantando, morendo.

In apnea, sette mesi prima. Il locale è praticamente vuoto ma farcito di parole. Tutto rosso e marrone, lucido come tutta l’immagine per cento minuti. Ci sono Hart (Ethan Hawke), il barman Eddie (Bobby Cannavale), il pianista tornato dalla guerra Morty Rifkin, che ha più voglia di suonare che di sparare — difatti non smette mai —, e in disparte lo scrittore E. B. White. Hart parla letteralmente tutto il tempo, non gli serve neanche qualcuno che gli risponda. Non è invidioso, però che cosa può fare un punto esclamativo in un titolo se non celare malamente gravi mancanze? E che nome è Curly per un protagonista? Che senso ha parlare d’amore quando si può parlare di amicizia e prendere in giro la guerra, il pubblico, il sesso? Ma più di tutto, Hart non sta più nella pelle perché tra poco arriva Elizabeth (Margaret Qualley), freschissima studentessa di belle arti a Yale di cui si è perdutamente innamorato. E gli innamorati, si sa, non vogliono parlar d’altro.

Hart, come tutti gli ambienti e i volti e i vestiti intorno a lui, non indossa la meraviglia del suo mestiere di artista, ma la trasmette con le sue parole sognanti e altisonanti, con la sua lingua acuminata. È basso (non fa altro che sottolinearlo), quasi calvo se non fosse per il riporto a proteggere la fontanella, al posto dei soliti azzurri di Hawke ha due occhietti neri da satiro. Eppure è forse la persona migliore con cui passare del tempo e dalla quale essere amati. È il 1943, cioè Seconda Guerra Mondiale. Ma gli Stati Uniti, come sempre, non mancano in quello che sembra il loro compito per eccellenza: l’intrattenimento, lo spettacolo, l’arte. Hart e Eddie si rimbalzano le battute iconiche di Casablanca, mentre aspettiamo trepidanti l’arrivo di Elizabeth e del cast di Oklahoma! che brinderà alla prima proprio lì. Il musical è la quintessenza dello spettacolo, sia in teatro che al cinema, ma – a parte qualche eccezione nel mondo - non c’è niente di paragonabile all’affezione dei paesi anglofoni per questo.

Elizabeth è la figura più eccentrica di tutto il locale, coi capelli biondo platino e una mise che la rende mille volte più alta di Hart e altre mille volte più una star. Abbagliante, si confida con Hart come fosse una collega d’università, descrive la pelle della schiena del ragazzo che gli piace come perfetta. Eddie cerca disperatamente di sapere da Hart se se la sia scopata ma no, Eddie, non è questo il punto! E non perché Hart rifugga la carnalità, anzi. Tiene a specificare che ciò che trova più sexy al mondo è un pene mezzo eretto (cosa? Si può alludere al e parlare di sesso nei film, ancora? Davvero? Bello!), ma Elizabeth è qualcosa di più perché ha qualcosa in meno: non ha il pene. Si tratta di un’«adorazione irrazionale».

Rodgers (Andrew Scott), il compositore, è più posato del suo ex paroliere Hart, anche mentre viene osannato per aver firmato la svolta della storia del musical. Hart si congratula con lui, con tutti quelli sul carro dei vincitori dal quale è stato tagliato fuori, ma è possibile che nessuno si accorga della cialtroneria di Oklahoma!, del pubblico che lo applaude? Perché non può tornare tutto come prima, quando erano Richard e Lorenz e scrivevano e componevano d’amicizia e non d’amore, e si rideva tutto il tempo? Bè, perché Hart beve quegli shot in maniera così vorace che alle volte è difficile che riesca ad alzarsi al mattino. E Oklahoma! non è un insieme di sketch e canzonette, ma un’opera con una struttura drammaturgica autonoma, in cui la narrazione si compie proprio grazie alle musiche, ai testi e ai balli. E noi a chi dovremmo credere: al sognatore alcolizzato o al compositore vincente?

Solo un infame può intitolare un film sul declino di un paroliere newyorkese degli anni Quaranta con il titolo della canzone da lui più odiata. Oltre al danno la beffa. Blue Moon è malinconico a livelli insopportabili, un film sull’amore, checchè ne possa dire lo stesso Hart. L’amore ha il suono del vibrafono (che è quello strumento che suona come un triangolo – per chi di musica non ne capisce niente – nel jazz, fa “ding ding” e potrebbe essere la ricostruzione sonora della spensieratezza, del gioco, del luccicare di quegli anni nelle canzoni di Ella Fitzgerald) e, anche se non si sente mai davvero, risuona dalle parole ammalianti e aguzze di Hart, che ora immagina nuovi brani da incidere con il suo amico Rodgers, ora descrive la giovinezza di Elizabeth.

Nello stesso anno Linklater ha diretto Nouvelle Vague, altro omaggio, questa volta al cinema. Così Blue Moon chissà se rappresenta un primo capitolo di una riflessione più ampia, sull’arte e sulla vita e su quanto siano indissolubilmente intrecciate. Se Godard lo immortala nel suo primo slancio verso il cinema, l’autorialità e il successo, sottoscrivendone il desiderio di libertà, è al contrario più difficile intendere da che punto di vista abbracci la passione di Hart. Linklater è su tutti il regista della libertà, della giovinezza, della spensieratezza (non priva di compromessi) eppure non è chiaro sino in fondo se il tempo di Hart sia solo passato o se al contrario sia Rodgers ad avere ragione, se il passaggio dallo spettacolo da rivista a una reale autorialità sia necessario. In realtà la storia sembra aver già dato più ragione al secondo.

Straziante e magistrale, Ethan Hawke è il motore di questi cento minuti. È il volto e il corpo della passione e della creatività, seppur il suo aspetto non lo rispecchi. Come se fosse destinato solo a dare piuttosto che ricevere, ci godiamo come il resto dei personaggi la sua estrosità, ringraziando ogni giorno che ci sia lui (o chi per lui), un saltimbanco, a colorare le nostre giornate grigie. E, come se non bastasse, a canalizzare e custodire ciò che invece in noi non va bene per niente. Che ci impedisce alla fine di accettare Hart nella sua eccezionalità. Blue Moon alza le sottane dell’arte e dello spettacolo, e sotto le paillettes non c’è nient’altro se non pelle, muscoli, tristezza, solitudine. Ma per fortuna l’arte e lo spettacolo esistono, le canzoni esistono, e ci regalano un sogno, un fugace lieto fine: Blue Moon / Now I’m no longer alone / Without a dream in my heart / Without a love of my own.