«Allora, partirei dicendo che non sarei mai andato a vedere questo film al cinema se non fosse stato per il fatto che dovevo terminare gli ultimi due ingressi gratuiti sulla mia carta regalo dell’Orfeo di Milano: gli altri film proiettati di sera li avevo già visti, quindi è toccato a questo. Ho chiesto al mio amico Fabio se volesse accompagnarmi e il caso ha voluto che ci trovassimo anche alla prima, con gli attori in sala». E ancora: «Non conosco minimamente il lavoro di Gabriele Muccino, non ho mai visto un suo film (non m’ispiravano, mai) e le mie aspettative erano molto basse».
Un utente su Letterboxd sembra racchiudere nell’incipit della sua recensione a Le cose non dette tutto quello che da anni si pensa di Muccino nella nicchia di cinefili, che in lui hanno individuato il più grande problema del cinema italiano. In molti si spingono perfino a considerarlo una sorta di esempio di tutto ciò che non va nella società del nostro paese, che sempre più ripudia il racconto della borghesia, scambiando per nobile ideologia politica la propria atavica paura di vedersi ritratti. Per non parlare poi del nerd privo anche di quella minima coscienza, che si limita a motivare debolmente il proprio astio con insulsi commenti su recitazione o “buchi di trama”. Eppure ogni tanto l’apriorismo va in corto circuito quando sottoposto all’esperienza. Ecco allora che il nostro amico di Letterboxd si ritrova nella scomoda situazione di doversi giustificare prima ancora di aver espresso il proprio parere, che, in contraddizione con le premesse, arriva: “Eppure, sorprendentemente, devo riconoscere che Le cose non dette non è un brutto film”.
Mi sembrava un commento superficiale ed invece mi ritrovo in compagnia di qualcuno, che, avendo vissuto la nuova visione come la folgorazione di Saulo sulla strada di Damasco, è pronto a sostenere con me che Gabriele Muccino è il più importante cineasta italiano del nuovo millennio. Le cose non dette ne è l’ennesima dimostrazione.
Il film si apre con due coppie che raccontano durante un interrogatorio della polizia la loro vacanza a Tangeri. Elisa e Carlo (Miriam Leone e Stefano Accorsi) vivono apparentemente un idillio: intellettuali - giornalista di Vanity Fair lei, scrittore e docente universitario lui -, belli e palestrati, sono sposati da vent’anni, durante i quali non sono però mai riusciti ad avere un figlio. Anna e Paolo (Carolina Crescentini e Claudio Santamaria) sembrano al contrario odiarsi, entrambi sull’orlo di una crisi di nervi di cui paga le conseguenze Vittoria, la loro figlia di tredici anni. Durante il viaggio, spunta però Blu, studentessa di Carlo, di cui da quasi un anno è anche l’amante, nell’attesa che questi decida di lasciare definitivamente la moglie.

Ancora una volta nella propria carriera, Gabriele Muccino torna a raccontare il maschio italiano nella sua accezione più negativa e quindi più realistica. E questa è stata negli anni la prima grande innovazione del regista, che fin da subito è stato estremamente lucido nel ribaltare un punto di vista che il cinema del ‘900 aveva in qualche modo anche normalizzato. Fin da Il primo bacio, al centro delle sue storie ci sono uomini borghesi, che tradiscono senza particolari remore, in bilico tra donne nei confronti delle quali non sono in grado di assumersi responsabilità ed altre, tendenzialmente molto più giovani, da prendere in giro e sfruttare come mero strumento di piacere sessuale. Questo tipo di maschio, un tempo romanticizzato, stabilmente al comando, con Muccino diventa raccapricciante, messo in ridicolo come mai prima di allora. Ne Le cose non dette si compie allora il passo ulteriore: Carlo non ha più a che fare con donne in balia della sua meschinità e perde quindi il controllo. Il maschio attivo è diventato passivo, costretto a subire l’azione della giovane donna, Blu, che non si accontenta della posizione che lui ha disegnato per lei. Vuole di più e non può essere ignorata. Per tutto il film il personaggio di Stefano Accorsi è mostrato di fatto come un impotente: non ha il successo professionale della moglie e ne è frustrato, non riesce a contenere un’amante molto più consapevole di lui e, perfino nel momento decisivo, lascerà che ad agire per lui sia una ragazzina tredicenne.
In un panorama pudico come quello dell’Italia contemporanea, Muccino è inoltre l’unico - insieme a Luca Guadagnino, che non a caso è ormai quasi un esiliato, e che comunque non è mai davvero riuscito a essere pregnante sul piano sensoriale, abbandonandosi spesso a una dimensione più cerebrale - a contemplare la dimensione erotica come elemento di peso nella vita dei propri personaggi. La Tangeri di Le cose non dette è permeata da quest’aspetto, fatta di vicoli stretti in cui non è possibile passare senza strusciarsi, senza che i corpi imperlati di sudore per il caldo maghrebino si tocchino. Ed è una città labirintica, in cui ogni angolo diventa possibilmente una via di fuga dallo sguardo indiscreto o un nascondiglio per fare l’amore. Già, perché la rivoluzione di questo film sta anche (come nell’intera filmografia di Muccino, repetita iuvant) nel considerare il sesso come un’azione profondamente umana e quindi degna di trasposizione cinematografica. Oggi tutti parlano di sesso, ma nessuno lo fa. Questi personaggi lo fanno, tanto, e se non lo fanno, è sintomo di un problema.
E, roba non da poco per un regista considerato all’altezza delle sole casalinghe da presuntuosi cinefili con tendenze repressive, in questo film c’è una bambina di tredici anni, Vittoria, disturbante come nessun altro personaggio nel recente cinema italiano. Iperprotetta all’inverosimile da una madre che forse non la conosce ed ignorata da un padre che non le rivolge la parola, lei si masturba sotto la doccia, si innamora di un uomo di mezza età e racconta delle esperienze sessuali delle sue amichette. Muccino non è mai accomodante, anzi assume su di sé le vesti del provocatore che ormai in pochi (nessuno) sono in grado di vestire con altrettanta puntualità. Diventa innocuo per lo spettatore contemporaneo, che al netto delle pretese di rottura, ne ignora la potenziale portata per rifugiarsi nella propria convenzionalità. Dietro Vittoria ci sono le frustrazioni di una generazione che ignora le responsabilità dell’essere genitori, che si sforza di essere amici dei propri figli al punto da smettere di esercitare alcun tipo di controllo. Anna e Paolo non conoscono minimamente Vittoria, la trattano come un’infante mentre lei si comporta come un’adulta alle loro spalle. Quando gli si palesa la verità sulla propria figlia, si dimostrano totalmente impreparati, fino ad un finale agghiacciante, degno dei migliori Haneke o Lanthimos.

Al contrario dei nomi citati, che si muovono su temperature di rigore formale glaciale, il cinema di Muccino è però sempre vivo. Sì, anche in questo caso, si piange a dirotto e si corre a destra e sinistra. Le interpretazioni sono cariche di un’enfasi plateale, non quanto in Baciami ancora o A casa tutti bene forse, ma di certo non lavorano di sottrazione. In molti storcono il naso di fronte a quest’aspetto, diversi lo ritengono proprio il grande limite del cineasta. Eppure è esattamente uno dei suoi punti di forza. In pochi casi si può dire che gli attori siano strumenti di un regista al pari della macchina da presa come in questo cinema, perfettamente a servizio di una visione autoriale unica. E la stessa macchina si muove con una libertà che è difficile ritrovare altrove, mai limitata da quello spazio che è il set, estremamente presente nel cinema italiano - quante volte capita di immaginare nitidamente centinaia di addetti ai lavori nel fuoricampo piuttosto che una naturale prosecuzione dello spazio di scena? Da questo punto di vista Gabriele Muccino è un cineasta anarchico, l’unico che, in mezzo allo sciatto formalismo impersonale degli Io, capitano, se ne frega, accollandosi piuttosto il rischio di eccedere. Questo è il paradosso assoluto della contemporaneità, di una generazione che predica le libertà, pretendendo un’uniformazione attorno a queste; che afferma di preferire al cinema commerciale quello degli autori, ma ignora l’unico che si comporta da tale.
Le cose non dette poi è anche il simbolo della costante voglia di cambiare del suo regista. Dopo aver ottenuto successo con una certa forma di melodramma ha lavorato oltreoceano dimostrando di saper lavorare benissimo in un cinema d’industria e di grandi star (La ricerca della felicità e Sette anime). Poi è tornato in Italia ed è cambiato ancora, sperimentando con la serialità (A casa tutti bene, dal suo omonimo film) e con il genere. Perché, dopo l’insuccesso dell’effettivamente poco riuscito gangster movie Fino alla fine, ci ha riprovato in quest’occasione, adattando il suo tipico melodramma alle atmosfere del noir. Dimostra di essere un cineasta coraggioso in quanto capace di cambiare, mai fermo nello stesso modo di intendere il cinema, ma pronto a mettersi costantemente in discussione. Siamo sicuri di poter dire lo stesso di colleghi ben più celebrati?
All’utente di cui all’inizio di quest’articolo, chiedo allora se sia necessario vergognarsi di aver apprezzato Le cose non dette. A questo punto ci sono solo due opzioni: o si vive reprimendo un simile piacere oppure ci si abbandona ad esso come natura imporrebbe. Se preferisci attuare la prima possibilità, magari non ci vedremo spesso e certamente non ti accompagnerò a Pontida l’anno prossimo. In caso contrario invece, possiamo rivedere insieme l’intera filmografia di Gabriele Muccino e attendere con fibrillazione il prossimo film del più grande regista italiano del panorama contemporaneo.