Gipi non ha certo bisogno di presentazioni. Allampanato pisano del 1963, il suo nome è diventato il sinonimo di “romanzo a fumetti italiano”. Gli acquerelli danno forma fugace a sguardi aguzzi e corpi pinocchieschi immersi in paesaggi sconfinati. Decorano copertine di libri di scrittori italiani celeberrimi: basta un’occhiata per riconoscerli. Come dimenticare la sigla de Le invasioni barbariche - per chi in casa la sera la televisione si sintonizzava su La7 - e quell’urlo da pirata che prima di udirlo si vedeva nel volto scavato e cattivo? È da tempo ormai che il disegno non è più considerato superficie e decorazione ma pieno linguaggio, un codice che si sceglie consapevolmente per osservare il mondo e raccontarlo. Come dice Igort (tra i fondatori della Coconino Press, che lo scopre e accoglie pubblicando la prima raccolta di racconti a fumetti, Esterno notte, 2003) Gipi, ancor prima di essere un fumettista, racconta delle storie.
Specificarlo non denota l’inferiorità del linguaggio del disegno nei confronti dell’obiettivo ultimo e sacro del racconto, ma semplicemente la grandezza dell’autore. Dove appunto la sua grandezza sta nel possedere e coltivare dentro di sé un universo da esprimere, un’emozione, che supera l’autobiografismo – che spesso connota le sue storie – e il disegno stesso. Da tempo, se non da sempre, Gipi si è espresso con il cinema, con la scrittura romanzesca (Zaky e gli altri, La nave di Teseo, 2025), con il videoclip (e con la musica scopriamo tra poco), muovendosi tra il “pubblico” di un contratto firmato con una casa editrice e il “privato” di un account Youtube dove la presa per il culo è la parola d’ordine. Certo, i percorsi si moltiplicano ben più facilmente per chi conquista fama e ottima critica, ma Gipi fa della paraculata il più grande atto di sincerità. E non essendosi mai limitato nell’esporsi pagandone le conseguenze.
Questa è la stanza è edito nel 2005 dalla Coconino: il terzo volume di Gipi, che viene da una lunga collaborazione con delle riviste che permettono a Igort di intercettarlo (che gli pubblica il già citato Esterno notte e Appunti per una storia di guerra, 2004). Questo titolo non è esattamente uno dei più celebri o addirittura il primo che viene in mente quando si pensa a Gipi. Il tratto, i colori, il piglio però sono già quelli identificativi e riconoscibili. In copertina quattro giovanissimi sfidano il lettore guardandolo fisso, imbracciando i loro strumenti musicali; tranne il cantante, che si scrocchia il collo minaccioso. I colori dei volti, degli indumenti e del paesaggio sono terrei e sabbiosi come tra le pagine della storia. Il romanzo si divide in cinque capitoli (specificamente, cinque «canzoni»), episodi della vita di quattro ragazzi presumibilmente della provincia toscana, la stessa di Gipi.
Tutto comincia con la presentazione della vera protagonista della storia. La stanza è il regalo temporaneo del padre per Giuliano, chitarrista, capelli a scodella rossi, lentiggini, che si sente troppo magro e che sta con Nina, bionda con il mullet. Con lui c’è Stefano, cantante, riccioli neri, barbetta approssimata, canottiera bianca, incazzatissimo, non un grande rapporto coi genitori, orfano del fratello. La stanza è tutto ciò che desiderano perché lì possono suonare sfondando tutti i muri, del suono, dello spazio, della famiglia, dell’età adulta che giunge inesorabile. Per pulire il regalo temporaneo dagli escrementi dei ratti arriva il resto della band. Alberto, bassista, silenzioso, una zazzera bionda sopra le tempie e la nuca rasate, suo padre non sta un granché bene ma hanno un bel rapporto e insieme fanno volare gli aeroplanini telecomandati davanti il mare. Alex, batterista, vestito completamente di nero, piccola cresta da mohicano, vive con madre e zia (interscambiabili) ed è in quella fase della vita in cui si è così persi che tra Hitler e Che Guevara non c’è alcuna differenza perché ciò di cui si ha profondamente bisogno è un maestro – a maggior ragione se tuo padre è scappato via con tutti i soldi dell’azienda di famiglia.
La musica è l’obiettivo, la palestra, il gioco, l’espressione. È lì, nell’estremismo della giovinezza, che ci formiamo per quello che siamo, che sogniamo ciò che vogliamo diventare, e quell’io rimane per sempre, anche quando astronauti non ci diventeremo mai. Non arriviamo a scoprire se e come falliranno (o si trasformeranno) Giuliano, Stefano, Alberto e Alex ma li conosciamo nella dedizione e nella passione immensa nei confronti della musica. Arrabbiati ma fraterni, quelli più prepotenti sempre pronti a puntare il dito su chi non sta dando abbastanza: nessun ritardo, nessun genitore che tenga, «Quando suoniamo devi essere puntuale. Vuoi fare l’infermiere o il musicista? Devi decidere». Perché è lì che si gioca tutto, nella giovinezza, dove non hai davvero bisogno di dormire, di mangiare, di vestirti come vuole il meteo (piuttosto come vuoi tu) e quindi è lì che puoi osare e divorare tutto e tutti. E diventare una rockstar.

Non esiste nient’altro nella vita di Giuliano, Stefano, Alberto e Alex che sia davvero degno di nota rispetto alla musica. Certo, è un po’ strano che non ci sia una scuola, un lavoro, un’università. Magari è estate, e così l’unico barlume d’autorità sono le famiglie, ciascuna con diversi livelli di disfunzionalità. O ancora, chissà se il racconto di Gipi abbia come unico desiderio quello di riportare delle sensazioni più che delle tappe narrative, più che del mimetismo nei confronti di un periodo della vita. Difatti, devo essere sincera, mi viene difficile prendere posizione nella mia interpretazione e assegnare un’età precisa ai ragazzi di Questa è la stanza. Si tratta sì di una sfumatura però diciotto anni non sono venti. Non perché a venti sei un matusa, semplicemente si può ben immaginare di dover approcciare per la prima volta parole e concetti scomodi e noiosi, proprio come gli adulti: tipo futuro, responsabilità, obiettivi, realizzazione. E questo, pensate, esclusivamente perché la “tana”, la scuola dell’obbligo – che in realtà già non vale più dai sedici anni – ci licenzia. Non perché alcuno tra noi sia davvero pronto ad affrontare tutto questo.
Nell’incertezza anagrafica (che potrebbe importarci sino a un certo punto) è comunque chiaro che di giovinezza parliamo. Così Gipi immerge i quattro e tutti noi nella sensazione di una giovane vita, ormai abbastanza grande da dover fare i conti con l’assenza, la corruzione del mondo, la fallibilità dei genitori. Non ci sono sfuriate e litigi generazionali, ma il conflitto esiste e risiede nei silenzi, negli stalli, nei campi lunghissimi e nei piani strettissimi, nella polvere che gli acquerelli e l’impressionismo che si portano dietro suggeriscono. Ancora una volta la Toscana (o l’Italia in generale, non importa così tanto alcun regionalismo) tra le dita di Gipi incontra il genere, i paesaggi sconfinati dei western più iconici. E anche se si volesse interpellare il western si parlerà di sensazioni più che di cavalli, di cowboy e indiani, di revolver. Al contrario, non mancano i palazzoni, le macchine sudate dai genitori e prese in prestito dai figli per sbrigare le loro faccende incomunicabili, il mare autunnale (o primaverile, perché per Giuliano fa troppo freddo per farsi il bagno), i campi di grano, la televisione che incanta le cene, i motorini, le ville padronali, gli amplificatori e i metallari.
D’altronde è sempre una questione di narrazione e non lo è solo per Gipi fumettista, ma per tutti noi, ogni giorno, da quando apriamo gli occhi al mattino sino a quando non li chiudiamo alla sera. Quattro amici si regalano a vicenda qualcosa: una scappatoia dal dolore, un’opportunità, per non essere solo quello che apparentemente sono, per cambiare le loro vite insieme. Dà il via l’adulto, senza capire la grandezza del gesto, cedendo temporaneamente la stanza. E poi Stefano intercetta un contratto discografico, Alberto ripara gli amplificatori, Giuliano ruba un sacco di strumenti e infine Alex mette a disposizione uno sporco patrimonio nascosto per anni. Sono quattro amici a cui non gli importa davvero nient’altro che la musica. Tanto che durante un “duello” (causato da faccende per nulla musicali) con una band di più che trentenni cupi e barbuti, Stefano avrà la curiosità – e il desiderio – di chiedere: «Ma voi che musica fate?», «Death metal, e voi?» ma gli adulti purtroppo muoiono troppo tardi, sempre in mezzo, così vengono zittiti. Che l’ascia di guerra non si seppellisca mai!
«Eppure, adesso, a 54 anni, non ricordo un solo momento, durante le mie attività di disegnatore che possa essere paragonato, come intensità, come quantità di energia e gioia immediata, a quelli che iniziai a provare, con cadenza regolare, quando ho cominciato a suonare nella mia prima band». Sarà perché in moltissime lingue il verbo suonare si esprime con il verbo giocare (come recitare, eh, ma che cos’è recitare se non giocare, appunto? «Facciamo che tu sei il cowboy e io l’indiano», basta farlo!). La musica sulla carta (letteralmente) potrà anche essere come la matematica, ma non c’è niente di più astratto e di più potente di un suono che ti fa emozionare. La schitarrata più ignorante, il coro stonato a un concerto: nulla è più coinvolgente e universale della musica. Appropriarsene è semplicissimo. La musica di Questa è la stanza, com’è ben immaginabile, non si sente. Non si può sentire, c’è proprio un limite linguistico, ma si può vedere. È una musica di corpi, è energia, un groviglio di chiazze di colore, non particolarmente vivaci ma è il turbine del movimento, dell’evidente scarica di adrenalina che rende le tavole rumorose. Non sono i Sex Bob-omb dei sei volumi di Scott Pilgrim di Bryan Lee O’Malley, dove le note le puoi quasi intuire sulle parole dei testi (perché sì, i Sex Bob-omb cantano anche!). La band senza nome di Giuliano, Stefano, Alberto e Alex non ha bisogno di indicazioni o indizi sui suoni o sui temi, sarebbero limitanti. Li creiamo noi, in base alle loro vite. E alla musica che vorremmo sentire o che avremmo voluto suonare, se avessimo avuto una band da ragazzi. E per chi l’ha avuta, saranno i brani che suonava a riecheggiare nella mente.
Tra le pagine di Questa è la stanza c’è energia e c’è rabbia. C’è sogno e una speranza dalle ali incatramate. Richard Linklater mette in bocca queste parole a uno dei suoi personaggi in Dazed and Confused: «If I ever start referring to these as the best years of my life – remind me to kill myself». Non dovremmo mai smettere di voler formare una band.