Domenica. Entro in libreria perché è da troppo tempo che non vedo libri che non siano i miei. Mi dirigo subito nel grande reparto dedicato ai romanzi – qui i romanzi sono accorpati e divisi in ordine alfabetico per autore, fatta eccezione per horror, fantascienza, gialli e classici a cui sono dedicati reparti specifici. Non sapendo cosa desidero leggere, mi guardo attorno, partendo dalla A, volgendo lo sguardo prima verso l’alto, poi verso il basso, a destra e a sinistra, finché non passo alla lettera successiva. Mentre scorro con gli occhi i titoli e le copertine, appena arrivato alla W ne vedo una in cartoncino che mi colpisce, quella de L’albero della libertà di William Wall edito da Aboca: su uno sfondo grigio tenue, che occupa l’intera superficie, si staglia l’illustrazione di un alto albero spoglio pieno di rami e dal tronco fine, alla cui base c’è una piccola figura umana abbozzata. Sotto sono indicati la famiglia dell’albero, Oleaceae, il genere, Fraxinus, e la specie, Fraxius exelsior, oltre a una brevissima descrizione. Infine, il nome dell’autore e il titolo del libro sono indicati su due strisce leggermente separate, una verde e una arancione.

Non conosco né l’editore, né l’autore, né il libro. Lo apro e leggo distrattamente la trama: nel 1969, nell’Irlanda del Sud, due fratelli, Liam Óg e Seán, crescono in un piccolo villaggio costiero, dove le loro giornate sono scandite dai giochi e dalle avventure sulla spiaggia di Cannavee. Al centro della loro infanzia c’è un grande albero portato dalle maree che presto diventa un rifugio sicuro e il fulcro delle loro fantasie. I bambini vengono poi introdotti alla realtà della violenza politica dalle lettere della madre, dalla televisione e dal padre giornalista inviato a seguire i Troubles (il nome attribuito ai conflitti nell’Irlanda del Nord). Gli scontri in Irlanda del Nord durano dal 1968 fino al 1998, e nascono da tensioni religiose, sociali e politiche tra due gruppi principali: i cattolici nazionalisti/repubblicani favorevoli a un’Irlanda indipendente dal Regno Unito, e i protestanti unionisti/lealisti che desiderano invece mantenerla al suo interno. Negli anni ’60, le tensioni aumentano a causa di discriminazioni sistematiche dei cattolici in termini di lavoro, abitazioni e rappresentanza politica, soprattutto nelle città di Belfast e Derry. L’incontro dei due bambini con Monica, una ragazza fuggita con la famiglia dai luoghi degli scontri (i protestanti hanno dato fuoco a casa sua), li pone davanti alla brutalità del mondo esterno. L’estate del 1969 è infatti particolarmente violenta. Le tensioni esplodono a Belfast e Derry, con scontri di strada tra le comunità cattoliche e protestanti. Le case dei cattolici in quartieri misti vengono spesso attaccate, e molti sono costretti a lasciare le proprie abitazioni. Per la prima volta, l’esercito britannico interviene massicciamente per cercare di contenere gli scontri.

Il romanzo racconta così il passaggio dall’innocenza dell’infanzia alla consapevolezza della complessità della vita adulta, intrecciando la magia prodotta dall’albero, la poesia del paesaggio costiero e la cruda realtà storica. L’ho preso senza pensarci troppo. Sarà che mi ha ricordato in minima parte, per via dell’albero, la trama di un film che uscirà a breve e che aspetto dalla sua presentazione a Venezia 82: Silent Friend di Ildikó Enyedi, che racconta di una ginkgo biloba cresciuta nel giardino botanico di una città universitaria in Germania, che diventa un testimone silenzioso (come nel romanzo, dove viene esplicitato che gli alberi ascoltano) e osserva, per oltre un secolo, i ritmi della trasformazione del mondo attraverso tre vite umane.

L’ho finito in due giorni. Il fulcro del romanzo è l’albero con cui i ragazzi giocano, immaginando mondi e storie. Sono rimasto colpito, oltre dal modo in cui viene raccontata la situazione sociale, osservata alternativamente dal punto di vista dei bambini, dalle lettere e dai resoconti giornalistici, anche da un capitolo in particolare, dal titolo Sbirri (che mi ha convinto a scrivere questo inaspettato articolo), che insieme al successivo, Free Derry, palesa brillantemente il superamento della soglia tra infanzia e mondo adulto attraverso l’infiltrazione della realtà storica nell’immaginario e nella fantasia.

«Lo chiameremo il Pequod, dice Liam […].
Monica: E perché cos’è un Pequod?
I ragazzi non credono alle loro orecchie.
Non hai visto Moby Dick ieri sera?
E voi volete mettervi in testa che noi non abbiamo la tele? Papà dice che forse arriva per Natale.
È stato meraviglioso. Gregory Peck faceva il capitano Achab. A casa ho il libro. Si intitola Moby Dick versione ridotta e ci sono anche le figure […]. Pequod è il nome del veliero».

Liam propone come nome Pequod perché vicino all’albero si trova «lo scheletro di una balena che anni prima era stato sepolto dalla sabbia e che il vento di burrasca della notte aveva riportato alla luce. Si vedono il cranio e la colonna vertebrale, sedici costole tutte con la stessa curvatura». Ma a Monica, che poco dopo si lascia convincere, inizialmente il nome non piace, preferisce Apollo, per citare l’allunaggio verificatosi qualche tempo prima. Poi giocano; Monica e Seán sistemano le vele mentre Liam rimane fermo in piedi sull’albero (a poppa), guardandosi in giro e strizzando gli occhi come Gregory Peck nel film di John Huston del 1956. Attorno a loro dei pirati, anche se nel film non ci sono. Alla fine del capitolo, i tre vedono una macchina della polizia (gli sbirri come li chiamano nel Nord) che attraversa il cavalcavia per poi salire sulla collina; stanno andando a casa di Monica, per suo padre, che però non c’è. Nel capitolo successivo gli sbirri tornano dalla famiglia di Monica, mentre Liam e Seán sono al Pequod.

«Il Pequod mi ha stancato, dice Liam. La caccia alla balena non è tanto divertente.
Chiamiamola Free Derry, Derry libera, dice Séan.
Grande idea! Scommetto che a Monica piacerà.
L’albero diventa automaticamente una barricata e loro si trovano ad affrontare le maledette squadre speciali. Sotto con i cocktail molotov!, Grida Liam. Raccolgono dei sassolini nella sabbia, li incendiano e li lanciano contro i maledetti. I maledetti hanno mitragliatrici Browning e sparano gas lacrimogeni e i ragazzi devono coprirsi la bocca con le magliette. La barricata può cadere nelle mani del nemico da un momento all’altro ma loro non indietreggiano di un metro. Free Derry, gridano. Free Derry!».

Da qui evidentemente il gioco e l’immaginazione comunicano direttamente e con forza con la realtà storica del periodo. Monica che si offende per una canzone non cantata da “quelli come lei”, il padre giornalista inviato al Nord che ogni tanto appare anche in televisione, il parroco che lo accusa di essere un peccatore comunista, la madre insegnante che lotta per mantenere il posto, una donna sicura, ma che qualche volta ha paura e piange. Il contesto e le persone che lo vivono vengono reinterpretati dallo sguardo dei bambini, che non rinunciano alla propria fantasia e al proprio immaginario, ma anzi li trasformano. Di fatto, se prima giocavano a “fare i pirati”, ora si immergono negli scontri, pur restando lontani da essi. Le parole e le immagini del mondo adulto si sono insinuate nel lessico del gioco, contaminando la fantasia con la realtà tangibile e producendo un punto di frattura da cui nasce una forma più matura di immaginazione e di immaginario. L’innocenza lascia così spazio alla consapevolezza.

È in questo passaggio dal Pequod a Free Derry – e quindi da una rimodulazione dello sguardo – che risiede la forza narrativa de L’albero della libertà; un romanzo segmentato, episodico e apparentemente freddo, soprattutto per i resoconti giornalistici che spezzano il percorso di crescita dei ragazzi, ma che progressivamente procede verso una dimensione più intima, suggerita da Wall attraverso il legame atavico tra essere umano e natura, rimarcando come l’albero sorregga la realtà non essendo esclusivamente un compagno di giochi, ma la struttura stessa del linguaggio.

«I nomi delle lettere dell’alfabeto irlandese sono nomi di alberi, perché per le persone che hanno inventato l’alfabeto in Irlanda gli alberi erano molto importanti. Così il nome della prima lettera, la A, in irlandese è Ailm che in inglese si dice Pine e vuol dire Pino. La B in irlandese è Beith che vuol dire Betulla e in inglese si dice Birch».