L’aspetto più evidente di Se solo potessi ti prenderei a calci è il suo rapporto di vicinanza con una certa scia, produttiva e autoriale, del cinema newyorkese indipendente. Per intenderci, quella che ha reso celebri a pubblico e critica i fratelli Safdie e Sean Baker. Mary Bronstein, difatti, qui al suo secondo lungometraggio (dopo l’esordio con Yeast del 2008, co-scritto con Greta Gerwig) squaderna tutte quelle tematiche e proprietà visive che accomunano gli autori appena citati: solitudine esistenziale, droghe, luci al neon, personaggi outsider – ma pensiamo anche al fatto che tra i produttori figurano anche lo stesso Josh Safdie e Ronald Bronstein, suo sodale direttore della fotografia e sceneggiatore. Si avverte quindi il prosieguo di quella che erroneamente mi verrebbe da chiamare una “scuola”, una maniera di fare cinema dettata dallo svolgersi di vite al limite. In Se solo potessi ti prenderei a calci l’apporto maggiore però è dato da uno sguardo inedito, che volge tutto verso la psicosi legata strettamente alla sfera genitoriale; più specificatamente a quella materna.
Linda (Rose Byrne, candidata all’Oscar per la miglior attrice protagonista) è una psicologa di Montauk (stato di New York), madre di una figlia portatrice di una grave patologia congenita, che la costringe ad essere intubata; ed è una situazione che inficia pesantemente il normale svolgersi dell’infanzia e della vita familiare; a partire dal sonno tormentato di Linda. E quest’ultimo è proprio uno degli espedienti che Mary Bronstein adopera per raccontare un altro grande detto-non-detto della poetica safdiana e, dopo questo film, possiamo dirlo, bronsteiniana; vale a dire l’indagine sulla sottile linea di demarcazione tra sonno e veglia, tra conscio e inconscio, sana follia e pericolosa lucidità. Come se nel corso della visione fosse tangibile la parabola in discesa della sanità mentale di Linda, che accompagnata senza sosta dai beep della macchina che tiene in salute sua figlia (beep che la tiene sveglia e le ricorda inesorabilmente la condizione di a-normalità di sua figlia) vaga nella notte nei pressi del motel dove momentaneamente alloggiano. Il loro appartamento è al momento inaccessibile, a causa di un allagamento causato dall’inquilino al piano di sopra, e che ha provocato un grosso buco sul soffitto, allagando tutta la casa.
Di conseguenza sono costrette a un alloggio forzato, Linda e sua figlia, in uno di quei non-luoghi che subito fa pensare a The Florida Project. E in effetti il motel è proprio lo sfondo di quell'umanità persa nel bel mezzo di una vita vissuta a metà. Tra aspirazione e impedimento materiale. Anche perché ad intervenire, durante i vagabondaggi a tarda notte di Linda, è James (ASAP Rocky), questa figura sospesa tra l’alleato e il sabotatore, che la induce in tentazione, portandola tra le pagine del dark web, e che sarà anche lui vittima del potere magico sacrale (impossibile non pensare a una qualche vicinanza con l’opale nero di Uncut Gems) del famigerato buco, dentro il quale cade, durante una visita notturna all’appartamento allagato.
L’aspetto più notevole di Se solo potessi ti prenderei a calci però resta la costruzione e la sfaccettatura del personaggio di Linda, madre e figura che agisce sempre contro il rispetto delle logiche sociali entro la quale agisce. Nel suo studio assistiamo a momenti di distensione, durante i quali ascolta i problemi dei suoi pazienti con fare assonnato (i problemi degli altri), ma nei momenti di confronto con le altre madri, o con i medici di sua figlia, invece, viene fuori tutta la dirompenza del suo carattere, che mette in discussione la visione d’insieme degli altri, che più volte contesta esplicitamente, a gran voce. A contestare è la saccente presunzione che tutti gli altri mostrano nei suoi riguardi, nel suo istinto materno, nel suo buonsenso. A partire da suo marito, capitano di navi da crociera, che per quasi la totalità del film è presente solo come voce da un telefono perché impegnato in una delle sue trasferte. Il fastidio si amplifica una chiamata dopo l’altra.
Ad intervenire poi è anche il fattore mass mediale, l’orizzonte delle aspettative, che il mondo intero ha nei suoi confronti. Linda guarda ossessivamente il processo pubblico di questa madre, macchiata di infanticidio, sugli schermi del pc e del telefono. Un’altra prova, quindi, della spinta verso l’indagine sul versante mass mediale del film, che in questo aspetto punta il tutto per tutto; e che in alcuni momenti rischia anche di perdere la bussola. Difatti tutto l’impianto filmico regge molto, forse troppo sulla fruizione più che altro “sensoriale”. E ciò potrebbe comportare un problema in alcuni frangenti. Si ha come l’impressione di sentirsi fermi tra uno sprint e l’altro, per infine restare boccheggianti e piegati su se stessi. Certo, non siamo a quei livelli di fastidio spocchioso e sconclusionato alla Gaspar Noé, però, a onor del vero, l’affaticamento comunque resta.