Ma tu, quando pensi alla carta, vedi gli alberi?
Mi chiede I. qualche ora dopo aver visto No Other Choice.
No.
Io, quando penso alla carta, gli alberi non li vedo.
Non li vedo proprio, come non li vedevo nel film.
Li davo per scontato data la loro ininterrotta presenza. E nonostante si parlasse continuamente di carta non mi è venuto spontaneo collegare il prodotto alla sua origine (tra l’altro, dopo la domanda, mi torna alla mente anche una delle bellissime locandine promozionali in cui appare un albero grande e rigoglioso che sorregge i personaggi. Ora mi è più chiara). Sarà che tutti avevano visto il film a Venezia 82 (tranne me, che non riuscii a prendere i biglietti) e dopo avermene parlato me lo figuravo superficialmente “alla Old Boy”, complici anche le mie, ai tempi recenti, partite a Sifu, che cita platealmente quella tanto famosa e ormai inflazionata carrellata laterale piena di botte. Che colpa ne ho, dopotutto, se mi vengono a raccontare di un uomo che uccide gli altri candidati al posto di lavoro che desidera? Non sapevo altro.

Prima di questo, Park Chan-wook impacchetta un quadretto familiare esageratamente patinato composto da Yoo Man-soo (Lee Byung-hun), padre premuroso, grande lavoratore e appassionato di botanica, che vive con sua moglie, il figlio adolescente, la figlia più piccola e due golden retriever in una splendida villa bianca immersa nella natura - lì fissa come se ne facesse parte da sempre, come se fosse cresciuta lentamente accanto agli alberi. Ma l’idillio si frantuma quando Man-soo viene licenziato dalla Solar Paper, azienda cartaria dove ha lavorato per venticinque anni. Dopo mesi di ricerche, l’instancabile salaryman cerca un posto alla Moon Paper ed elabora quel pensiero malato di cui mi era giunta voce: uccidere gli altri candidati, solo quelli più qualificati di lui, per assicurarsi il posto e ri-stabilizzare quella bella vita che gli si sta sgretolando tra le mani. Da qui, la certezza di vedere botte e uccisioni epocali ritmate con inquadrature magnificamente gestite viene pian piano lacerata da una narrazione molto più pacata (pur sempre nella riconoscibile frenesia e grande capacità coreografica del cineasta), percorsa da un personaggio talmente incerto e psicolabile da rendere il gesto dell’uccidere un miscuglio tra comicità e una pesantissima oltreché asfissiante sofferenza.

Voglio guardare, ma mi sento tremendamente in colpa se mentre rido piango anche, davanti a un uomo disperato che tra rimorsi e ripensamenti uccide a fatica un altro uomo disperato; quindi spesso distolgo lo sguardo per qualche secondo e mi ricompongo. Finché non rido più, perché a un certo punto la conscia crudeltà del protagonista sovrasta prevedibilmente la sua goffa inesperienza.

È con questo lento crescendo di violenza ponderata e sempre più convinta che No Other Choice diventa un film di scavi, di sotterfugi e offuscamenti che crepano le già instabili fondamenta alla base della vita del protagonista. Ne dà prova, su tutti, l’atteggiamento sospettoso e sfuggente che assume Man-soo nei confronti della moglie, dissimulando le proprie intenzioni, rifiutando il dialogo e, infine, bevendo alcool. L’ubriacatura segna infatti la definitiva conclusione della loro reciprocità e l’inizio di un rapporto omertoso. La frattura è suggerita da Park Chan-wook alternando l’inquadratura della donna che dondola sull’altalena del giardino a quella del marito che beve con foga dopo tanti anni di astinenza a casa dell’ultima vittima. Dopo il primo sorso, non c’è più nessuno seduto sull’altalena; ora dondola spinta dal nulla (il film è fitto di affascinanti intuizioni visive che evocano rapporti incrinati e progressivi allontanamenti). Tuttavia, la moglie finge di non sapere niente del cadavere sotterrato nel giardino, sotto al piccolo e fragile nuovo melo piantato da Man-soo, le cui radici dovranno scavare e farsi spazio tra la terra e il morto (tutta questa fatica darà i suoi frutti, letteralmente!). Ma, nonostante gli sforzi, alla fine del film arriva una simbolica pioggia torrenziale. Non c’è più quel sole caldo che illuminava i sorrisi, le risate e gli abbracci. Quell’alberello riuscirà a resistere a tanta acqua? Non importa. Non sopravvivrebbe comunque, «è pieno di insetti», dice la figlia piccola con le sue prime parole autonome, le prime a non essere ripetizione di quelle di altri; poi torna nella sua stanza e suona un'elegia funebre con il violoncello - forse è l’unica ad aver visto oltre.

Eppure, al termine di questa caduta nella sofferenza e nell’apatia, resta in noi la sensazione che una scelta ci fosse. Man-soo ha scelto di non guardare l’insieme, ma di pensare esclusivamente al proprio benessere (tu sei il tuo lavoro; senza il tuo lavoro non sei niente). Il risultato è stato, sì, un nuovo impiego, ma al prezzo della solitudine, immerso in un enorme stanzone strapieno di macchinari ipertecnologici dal rumore assordante, rigorosamente al buio, perché l’intelligenza artificiale non ha bisogno di luce per lavorare.

Però gli alberi, in assenza di luce, non possono crescere. Tenere a mente l’albero quando pensiamo alla carta è un gesto necessario per evitare di farsi automi. Occorre tornare indietro, analizzare, problematizzare e concedere tempo a ogni passaggio, senza dimenticarci la causa o dare per scontata l’origine di un prodotto (sociale e non). Intanto, mentre scorrono i titoli di coda, davanti ai nostri occhi già ricolmi d’angoscia appaiono violenti escavatori forestali che sradicano con inaudita facilità alcuni grandi alberi (ma la carta è sempre più lontana).

Scelgo di vedere l’albero, quando penso alla carta.