Mi hanno domandato più e più volte quale fosse il mio episodio preferito di Father Mother Sister Brother. E la mia risposta, che tutt’oggi non cambia, è uno sguardo fisso, perso nel vuoto nella speranza che l’interlocutore smetta di bramare un mio riscontro, mentre penso a quanto sia, suppongo, superfluo considerare le tre piccole storie esclusivamente nella loro singolarità. Nel primo racconto c’è un padre che non vuole vedere i suoi figli, nel secondo due figlie che non vogliono vedere la madre, e nel terzo due gemelli che hanno perso di recente i genitori. Tre road movie stazionari che sembrano (sono) autoconclusivi, ma che risultano oltremodo superflui se slegati o mescolati.

Tutti con la stessa struttura e semplicità narrativa e formale: il viaggio in macchina dei figli verso la casa del genitore, il futile tempo passato insieme attorno a un tavolino (con poco caffè e senza sigarette), più per consuetudine che per altro, mangiucchiando qualcosa e bevendo e brindando con acqua o tè (questo punto è assente nel terzo episodio, ma viene sostituito da una bellissima e amorevole conversazione fratello-sorella, mentre scavano nei ricordi di famiglia), e infine l’andarsene dei figli non appena il dovere risulta compiuto e il rito appagato. Nonostante l’apparente freddezza teorica e la maniacale volontà di controllo, Father Mother Sister Brother risulta profondamente tenero. Di fatto, i primi due episodi costruiscono una struttura emotiva e narrativa che nel terzo viene parzialmente ribaltata, lasciando spazio a una necessaria tenerezza inattesa e commovente.

Commovente, perché io sono io e voi siete voi, sembra dire Jim Jarmusch, ma io sono un po’ i miei genitori e voi siete un po’ i vostri. Forse i miei genitori sono un po’ me, e i vostri un po’ voi. Intanto, so solo che ci vestiamo tutti uguali, o simili, diciamo con gli stessi colori, senza metterci d’accordo. È il primo elemento a imporsi allo sguardo, il vestiario – Emily, Jeff e loro padre indossano la stessa tonalità di rosso, come anche Timothea, Lilith e la madre, e nessuno dei personaggi si esime dal notarlo, dal riderci allegramente sopra, pur trovandolo strano. Un piccolo gusto estetico forse involontariamente ereditato. Perché Father Mother Sister Brother vuole prima di tutto esplorare silenziosamente ciò che viene tramandato, e interrogarsi su come la memoria generazionale sia inevitabilmente lacunosa nel ricostruire l’identità dell’altro. Jeff sta vivendo situazioni difficili, ma non si espone troppo con il padre, e la vita di Emily procede nella normalità, nient’altro; mentre il padre è un uomo che si nasconde, che si maschera, un nichilista che inquieta coscientemente e che gioca a tramutare gli spazi per non renderli troppo visibili o chiarificatori agli occhi dei figli. Anche Lilith modifica o inventa alcuni punti della sua vita per renderli più appetibili, mentre Timothea racconta di una soddisfazione lavorativa che potrebbe apparire piccola davanti agli occhi severi e rigorosi della madre, scrittrice di successo. Nessuno sa davvero tutto dell’altro.

In questo continuo dialogo tra i primi due episodi, ne arriva quindi un terzo chiarificatore, attraversato solo da Skye e Billy che invece si conoscono bene. Dopo aver scrutato le strade di Parigi dai finestrini dell’auto e aver bevuto e brindato con il caffè («si può brindare con il caffè?») entrano nell’appartamento dove hanno vissuto il padre e la madre. Qui, parlano e ricostruiscono le due false identità, interpretabili, dei genitori, ripercorrendo divertiti una molteplicità di documenti, di certificati falsi e di fotografie («qui ti assomiglia!»). Non è un caso che questa ricostruzione avvenga all’interno di un ambiente vuoto (o svuotato), totalmente libero, dentro al quale non ci si può nascondere. Uno spazio che non è dipinto a immagine di chi lo abita e in cui si può costruire e reinserire, selezionandoli, materiali e materiali momentaneamente incastrati in un garage. Ci sono soltanto due specchi posti uno di fronte all’altro, appesi ai muri di due stanze comunicanti, che riflettono all’infinito i gemelli e l’eco dei genitori che li hanno preceduti. Non è tanto una questione di somiglianza, quanto di incastro. Così, ogni piccolo gesto, ogni ricordo, ogni frammento che arriva dai nostri parenti finisce per modellare chi siamo, come se ciascuno di noi fosse, anche solo in minima parte, il riflesso del riflesso del riflesso di chi ci ha trasmesso qualcosa senza nemmeno rendersene conto.

È la seconda volta che vedo Father Mother Sister Brother. La prima fu a Venezia 82, dove il film vinse il Leone d’oro (prevedibilmente, data la presenza di Alexander Payne a capo della giuria, anch’esso affascinato dalle piccole e apparentemente semplici storie familiari). Questa seconda volta è stata più intima. L’ho vissuto in modo più consapevole: ho viaggiato nelle auto dei personaggi e mi sono seduto assieme a loro ai tavolini, ascoltandoli. Una volta uscito dalla sala, ripeto e ripenso alle frasi abusate da tutti nel film: «lo zio Bob, il Rolex falso, si può brindare con l’acqua, con il tè o con il caffè?», frasi reiterate che in qualche modo associano una famiglia all’altra. Ora sono anche mie, della famiglia composta da padre, madre, fratello e sorella seduta dietro di me al cinema, e di chiunque vedrà il film (siamo tutti così simili, dopotutto). Infine penso agli skater che passano accanto ai vari figli durante il loro viaggio verso le case dei genitori. Sono gli unici che oltre a muoversi nello spazio, riescono a muoversi anche nel tempo, rallentandolo. Brevi scarti dalla storia principale che quasi subito escono dall’inquadratura per proseguire la loro vita altrove. Ora, vedo passare davanti a me tre skater che mi fissano, mentre io li seguo con lo sguardo. Il tempo scorre come al suo solito. Mi piacerebbe saper skateare.