Dopo l’esordio alla regia avvenuto nel 2020 con Pino, Walter Fasano torna a raccontare un grande artista del Novecento italiano in Nino - Un film su Nino Rota, presentato fuori concorso a Venezia 83. Nonostante i soli due film realizzati finora, è evidente come il già montatore (collaboratore storico di Luca Guadagnino e adesso dei fratelli D’Innocenzo, tra gli altri) stia portando avanti un discorso ben preciso, che unisce per l’appunto l’immaginario artistico nazionale con la realtà locale della sua città, Bari. Proprio nel capoluogo pugliese era nato Pascali nel 1935; e proprio lì Nino Rota ha vissuto per oltre 30 anni, insegnando e ad un certo punto dirigendo il conservatorio della città.
Proprio su quest’elemento si concentra allora l’autore durante grossa parte della narrazione. Parte però dall’inizio – possiamo dirlo subito, siamo di fronte ad un documentario piuttosto classico nella sua ricostruzione biografica –, dall’infanzia milanese del compositore, nato nel 1911 e già iscritto al conservatorio nel 1920. Solo tre anni dopo sarebbe avvenuta anche la prima esibizione pubblica delle sue composizioni e in quegli anni avrebbe conosciuto artisti come Ravel e Toscanini. Fasano disegna il ritratto del classico enfant prodige, una sorta di Mozart del 20° secolo. E poi gli anni a Roma e dopo ancora negli Stati Uniti, a Philadelphia. Poi il ritorno a Milano per studiare lettere e filosofia all’università. Insomma, un lungo girovagare che si conclude però quando Rota si stabilisce proprio a Bari, trovando il proprio posto nel mondo nella vicina Torre a Mare. Da lì scriverà tutte le proprie colonne sonore, restando distante dalla capitale culturale del paese.
Walter Fasano sembra trovare in questa permanenza ai margini del mondo intellettuale i più interessanti spunti per capire chi fosse davvero Nino Rota. E se è vero, pare, che sia possibile spiegare questa scelta con l’assoluta dedizione dell’artista nei confronti del suo lavoro presso il conservatorio, il distacco geografico sembra avere radici anche nel suo modo di essere, personaggio misterioso e a tratti inaccessibile. Si alternano sullo schermo volti di colleghi e ammiratori di Rota, che però non riescono mai a parlarne andando oltre ad un commento sul suo profilo professionale o musicale. è come se nessuno fosse mai stato in grado di superare la corazza che questi si era costruito intorno, nemmeno le persone a lui più vicine, come ad esempio Suso Cecchi D’Amico e la figlia Caterina D’Amico. Con loro Rota aveva un rapporto privilegiato, erano cresciuti insieme e si sarebbero poi frequentati per tutta la vita. Eppure anche loro lo descrivono come un uomo sempre vicino-ma-lontano, con la mente altrove quando presente e quindi in qualche modo sempre assente. Ne parlano come di un uomo molto generoso in termini economico-finanziari, ma mai davvero sul piano affettivo.
Il film per 115 minuti (troppi) costruisce allora questa figura prima e prova poi a rintracciare le cause di tanto mistero in alcuni momenti del passato di Rota, tra un’attenzione dell’opinione pubblica giunta troppo presto e la figura di una madre eccessivamente ingombrante. Fasano è però più abile quando si muove sul piano biografico e su quello professionale – i momenti migliori corrispondono alla parte centrale del film, in cui si ripercorrono le varie collaborazioni e le composizioni del maestro –, che quando prova a scalfire la superficie. Appurata infatti l’indole peculiare del protagonista, non arrivano vere risposte alle domande tirate in ballo, neanche in forma di suggestioni. Qualsiasi possibilità è infatti vagliata troppo sbrigativamente, elencata come qualsiasi altro evento sommario piuttosto come come chiave per vedere sotto una luce diversa il personaggio Nino Rota. Ecco allora che non riesce ad attribuire il peso giusto alla figlia mai riconosciuta in vita o all’appartenenza dello stesso a confraternite legate all’alchimia o all’esoterismo. Questi segreti, probabilmente significativi per spiegare il distacco dal mondo più vicino, sono trattati come un altro film musicato o un altro aneddoto sull’infanzia. Resta poco allora in Nino oltre al sommario biografico. Fasano è abile e preciso nel cogliere le principali idiosincrasie di Rota, senza andare oltre, senza compiere davvero quell’indagine che sembrava lo sfogo naturale per le premesse costruite.