Un brivido scorre lungo tutta la schiena durante la visione di Antartica - Quasi una fiaba: quell’amaro e indigesto sentimento dell’accontentarsi che spesso ammanta le opere italiane. L’ossequiosa levata di cappello espressa nella formula «oh, comunque il tentativo di provare qualcosa di nuovo c’è!», apprezzando più lo sforzo che il risultato, come se non si potesse desiderare di più.

Il bianco accecante della neve dell’Antartide ricorda molto la vertigine dello spazio: in entrambe non c’è quasi vita, la solitudine è avvolgente. Così anche il fortino italiano che ospita la squadra di ricercatori guidata da Silvio Orlando somiglia ad una navicella spaziale. Gli scienziati non levitano per l’assenza di gravità, ma poco ci manca, data la loro inconsistenza. Ed è solo grazie ai loro vestiti che rimangono attaccati al suolo: uniformi che nello stile fanno incontrare le tute in un corso di aerobica negli anni Ottanta con la marca Patagonia.

È difficile cogliere la missione che costringe questo nutrito gruppo di bellissimi e giovani (chi più chi meno) scienziati a marcire dentro dei container dove pare si annoino e in cui sono rimasti prigionieri per così tanto tempo da aver perso il contatto con i propri cari e con la vita precedente. Sta di fatto che li raggiunge Barbara Ronchi che evidentemente è troppo intelligente e potrebbe aiutarli a risolvere la ricerca (quale esattamente, ripeto, non è dato sapere) e a rincuorare gli animi.

Si accennano strane relazioni tra alcuni membri del team, verità da tempo nascoste e il governo italiano che ci mette il suo decidendo di tagliare i fondi per la ricerca. Ma Ronchi scopre qualcosa di sensazionale, il Ministero torna a interessarsi al container italico e pone il team davanti ad un dubbio etico: il progresso è democratico o dovrebbe stare alle sporche logiche del capitale, a servizio solo di chi ha abbastanza soldi per comprarlo?

Antartica - Quasi una fiaba è l’esordio al cinema della celebre e pluripremiata regista e drammaturga teatrale Lucia Calamaro, che a onor del vero tenta timidamente di creare un immaginario, di interpellare il genere, di volare con la fantasia. Ma evidentemente non ci riesce, rimanendo ancorata alle assi del palcoscenico durante la scrittura e la realizzazione del film. La sensazione è quella di essere investiti da un’accozzaglia di monologhi, uno dietro l’altro, in voice over o diegetici, che non mostrano ma dimostrano. Antartica è il sogno di ogni attore: la possibilità di essere rinchiusi dentro un piccolo spazio con tanti altri colleghi, liberi di dare sfogo alle loro manie per toni, smorfie, balletti, riversando l’egomania necessaria per questa professione.

E la macchina da presa li accontenta, sta su di loro tutto il tempo, non c’è niente che sia più importante della vena della tempia di Simone Liberati che si gonfia quando sputa accorato le sue battute. Infatti più che un laboratorio, il fortino ricorda una sala comune di un manicomio. Accigliati ai limiti del ridicolo, tutti, da Silvio Orlando ad Astrid Casali, cercano di convincere lo spettatore che valga la pena ascoltarli, che il loro dilemma sia troppo importante, urgente, attuale e, per non averne alcun dubbio, sparpagliano qua e là parole come “fascismo” e “turbocapitalismo”. Inutile dire che non ci riescono.

Come tanta arte di oggi, dai film agli spettacoli passando per i romanzi, più che creare delle opere si redigono comizi, manifesti pieni di sentenze, su cosa è giusto e cosa non lo è, su cos’è di sinistra e su cos’è di destra. I risultati sono film ridicoli che sbraitano opinioni e si dimenticano appunto d’essere cinema.