Si parte subito con un set pubblicitario glamour a Bruxelles, con una ragazzina bionda che osserva un angelo volare verso la camera. La stessa ragazzina bionda, che scopriamo essere Rosa Lazar, viene ritrovata poco dopo mezza morta nei boschi di Perugia, tutta avvolta da abiti di lusso. Illusione di Francesca Archibugi, già presentato e passato inosservato alla Festa del Cinema di Roma nel 2025, procede allora su due linee temporali. C’è l’indagine poliziesca e giudiziaria e psicologica per capire cosa sia successo alla povera quindicenne, ma c’è anche il passato di quest’ultima in flashback, in cui si intrecciano trame di traffici di prostitute e di politici che le sfruttano. 

Rosa viene dalla Romania, dove vive in povertà con una madre costretta dalle proprie condizioni a mangiare le galline che muoiono nell’aia allestita nel “giardino” della sua baracca e che forse non dovrebbe mangiare perché se sono morte forse sono cariche di malattie. Eppure un tempo apparteneva ad un’importantissima famiglia moldava, caduta in disgrazia in seguito ai cambiamenti politici dell’Europa orientale del 900. Allora per l’adolescente più ingenua che si sia mai vista sullo schermo (viene da chiedersi come possa sapere così poco della vita nella situazione in cui è cresciuta) la massima aspirazione è quella di diventare una modella famosa in tutto il mondo. Tema n°1: la propria bellezza come via di fuga dalla povertà. Un ambiguo cugino la porta con sé a Strasburgo, promettendo di proteggerla ed aiutarla a realizzare il suo sogno. In Francia però gestisce affari loschi, offrendo prostitute ai potenti (siamo a Strasburgo, no?). Tema n° 2: i traffici di prostituzione che dall’Est Europa conducono giovani donne nel cuore del continente, in balia di gigantesche organizzazioni criminali. Da questa situazione come si arriverà alla Rosa tramortita nel bosco umbro? 

Provano a scoprirlo il pubblico ministero Camponeschi (Jasmine Trinca), il vicequestore Pizzirò (Filippo Timi) e lo psicologo Stefano Mangiaboschi (Michele Riondino). Quest’ultimo sembra essere l’unico a provare empatia per la ragazza, al punto che lei, in preda ad evidenti deliri psichiatrici che poco interessano a chi dirige le indagini, se ne innamora. Stefano sembra affascinato sempre più da Rosa – o almeno così dovrebbe essere in scrittura, anche se la pessima recitazione di Michele Riondino, dimesso e innocuo, annulla quest’ambiguità – e non è più in grado di mantenere quindi le giuste distanze. Tema n° 3: lo psicologo adulto che cade nella trappola costituita dalla bellezza e dalla purezza di una giovane femme fatale. Lui ha alle spalle una famiglia, con una moglie (Vittoria Puccini), che gli rimprovera uno scarso coinvolgimento nella loro relazione, e tre figli. Ma ha anche una suocera ben inserita nel mondo dell’editoria, che preme perché Stefano scriva un libro tratto dalla sua esperienza in quel caso. Tema n° 4: la spettacolarizzazione della cronaca nera. Il progressivo coinvolgimento dello psicologo, già al centro di gossip di paese perché in passato ha sfregiato un suo compagno di scuola (anche qui, poco credibile visto il Riondino di questo film, uomo che non toccherebbe neanche una mosca senza averne paura), verrà denunciato pubblicamente. Sarà quindi al centro di una gogna mediatica ingiusta, perché è sì incapace di assolvere al proprio ruolo mantenendo una distanza, ma è effettivamente innocente. Tema n° 5: il processo dell’opinione pubblica, capace di renderti colpevole a prescindere. 

Oltre alle sedute di psicanalisi, c’è però anche l’indagine giudiziaria, che vede coinvolti il PM Camponeschi e Pizzirò (un Filippo Timi evanescente, che ci conduce nella vicenda ma viene progressivamente abbandonato). Camponeschi vive a sua volta un rapporto complesso con il maschile; forse c’è un trauma nel suo passato che adesso la rende antipatica e dittatoriale con i suoi colleghi uomini. Le sue indagini (mai mostrate, ma visto che ci viene descritta come una donna che vive solo di lavoro, speriamo che sia davvero così) la portano a scoprire il coinvolgimento di alcune delle più alte cariche dell’Unione Europea nei traffici di prostituzione che hanno condotto Rosa a Perugia ed è quindi intenzionata a mandare gambe all’aria tutto il sistema politico del continente. Tema n° 6: le perversioni del potere politico ed economico, che sembrano guardare all’attualità e a recenti scandali. Camponeschi però, in una delle tante frasi ad effetto che la confusissima sceneggiatura della stessa Francesca Archibugi e di Francesco Piccolo, afferma ad un suo superiore che a spingerla non è in senso stretto la volontà di smascherare un sistema corrotto, bensì una più assoluta necessità di rivalsa del femminile nei confronti del maschile (Tema n° 7). In conclusione, inoltre, perché la madre di Rosa non è mai stata coinvolta nella vicenda che ha riguardato sua figlia? Perché il sistema non l’aveva previsto. Arriviamo al Tema n° 8: la gestione dei ragazzi nelle case famiglia in Italia.

Non ci avete capito niente? Beh, Illusione è infatti un disastro. Va in una direzione e poi nell’altra, intrecciando così tanti temi complessi da trattarli tutti superficialmente. E per ciascuno di questi ci sono storie e personaggi diversi, scenari diversi (un’Umbria che sembra Dostoevskij dei fratelli D’Innocenzo, una Romania tutta superstizione e il Belgio come paese della perdizione) che non hanno mai una vitalità credibile agli occhi dello spettatore e che contribuiscono solo ad aggiungere caos al caos: una narrazione complicatissima diventa ancora più difficile da seguire, fin troppo episodica per quello che, in fin dei conti, dovrebbe comunque essere un thriller investigativo.

Francesca Archibugi è un’importante regista forse troppo poco considerata e da non giudicare per un passo falso, ma qui ha partorito un’opera eccessivamente ambiziosa, di cui non è poi stata in grado di trattenere le redini. Quest’ambizione si rispecchia anche in un cast stellare, con grandi attori anche per i ruoli più insignificanti: Jasmine Trinca, Michele Riondino, Filippo Timi, Vittoria Puccini, Aurora Quattrocchi. Tutti sembrano allora in gara tra di loro per catturare l’attenzione dello spettatore, ognuno connesso su un proprio registro, trasmettendo la sensazione di stare vedendo l’anarchia svolgersi sulla scena. Ci si dimentica allora di Rosa Lazar, la cui vicenda perde la centralità con il passare dei minuti, scavalcata dalle vicende private di ciascun personaggio, peraltro molto meno interessanti. L’impressione che si ha dopo la visione è quella di un film in cui, in fase di scrittura, dopo aver individuato la vicenda centrale, si sia lavorato per addizione, aggiungendo personaggi e linee narrative solo per coinvolgere attori molto noti e per rendere più “complesso” e “attuale” il racconto, che diventa quindi una stratificazione improbabile e, sullo schermo, un delirio assoluto.