Il Dracula di Radu Jude non è un vero vampiro, ma è soltanto un uomo anziano vestito da vampiro che lavora in un bordello e a cui non si alza più il pene. Ma è anche un Dracula generato da un’intelligenza artificiale ormai obsoleta (scelta voluta dato lo sviluppo del film) che chiede ripetutamente agli spettatori di succhiargli il cazzo. Oppure è sì un vampiro reale, ma con il mal di denti, incapace di spaventare. Dracula di Radu Jude è anche un altro film di Radu Jude, ovvero al limite tra la puttanata e il grande film d’autore. E io, come sempre indeciso, non so bene come pormi. Se cercare una quadra nel marasma di voluta e consapevole merda oppure restare traumatizzato dall’insostenibile e probabilmente inutile sequestro di persona (il film dura due ore e cinquanta minuti). Scelgo la prima opzione.
Un regista dialoga con il pubblico in sala e con un’intelligenza artificiale a cui chiede di generare storie con protagonista Dracula che siano molto diverse tra loro e capaci di catturare lo spettatore contemporaneo (a queste si alterna la vicenda scritta dal regista stesso, la storia dell’anziano nel bordello). Da racconti che mirano a sminuire e ridicolizzare (con affetto) la figura del vampiro a rivisitazioni in chiave tendenzialmente pornografica di classici del cinema come il Nosferatu di Murnau o il Dracula di Coppola, con qualche intermezzo per respirare, circa, che con il vampiro e con il resto della narrazione c’entra poco e nulla. Il film si conclude con un breve e struggente e totalmente inaspettato cortometraggio (neo)realista su un operatore ecologico che interrompe il turno di lavoro per andare a vedere la recita teatrale alla scuola elementare della figlia.

Penso alla nave di Teseo che durante gli anni viene riparata più e più volte. Piano piano tutte le sue componenti vengono sostituite, finché di originale non rimane più niente. Da qui la domanda. È ancora la stessa nave? Nel film l’iconografia di Dracula subisce lo stesso trattamento dell’imbarcazione. Viene scomposto pezzo per pezzo, modificato e infine riconfigurato fino a non conservare più (o quasi) nessun pezzo originale. È Dracula oppure no? Al di là dell’efficace, anche se a un primo sguardo scontata, riflessione sul mostro-intelligenza artificiale (usata massicciamente e anch’essa ridicolizzata) che rischia di cannibalizzare o prosciugare le immagini, il ragionamento si amplia e acquista forza proprio grazie all’iconografia della figura scelta e al volerla sminuzzare deridendola a tutti i costi.
In questi ultimi anni Dracula è infatti tornato più volte come personaggio o come sua reinterpretazione al centro delle produzioni cinematografiche, sia in quelle più commerciali, da Demeter a Renfield, sia attraverso riletture che si professano autoriali, come Nosferatu di Robert Eggers o il più recente Dracula - L’amore perduto di Luc Besson. Proprio per questo, la scelta di Radu Jude di smontarne con sicurezza l’iconografia aggiunge un ulteriore strato di complessità al film. E non è un caso che a farlo sia proprio un regista rumeno. Smembrare il più celebre dei vampiri significa distruggere un immaginario (cinematografico e non solo) ormai saturo e consumato dalla continua riproduzione delle sue stesse immagini e delle sue stesse storie. E tal gesto si riflette anche nella forma del film: girato con il telefono e i suoi sgranatissimi zoom, con un totale disinteresse per l’illuminazione, per le scenografie, per la bellezza estetica in generale o per la logica interna ai racconti.
Dracula è un film che sfida apertamente chi lo guarda – visivamente e narrativamente. Porta lo spettatore allo stremo delle sue forze e lo ripaga con il bellissimo cortometraggio finale. Una volta concluso, comprendiamo che quello di Jude è un film sul cinema e sulla sua storia, ma soprattutto è un film che ci invita a riflettere approfonditamente sulla scelta da compiere quando un’immagine o un racconto, nel nostro confuso presente, ci appaiono davanti agli occhi. È Dracula o non è Dracula? È un'immagine vera o è AI?