L’asciuttezza e la concisione sono sempre state le caratteristiche stilistiche di Christian Petzold, nonostante il costante accenno a una certa energia, eterea e magica. E questa stessa energia alle volte riesce a preservarsi e fuggire dalle dinamiche storiche (che nel suo cinema ha spesso interpellato), mentre in altre al contrario è una forza che agevola il dispiegarsi di queste medesime dinamiche. Le storie di Petzold sono immerse nella Berlino, nella Germania, passate e contemporanee, e le agnizioni, i malintesi e gli scambi d’identità sono ritornelli che, insieme al dramma, raccontano della Storia e delle dinamiche umane, tra familiari e amanti.

La Storia quindi è stata spesso fonte e cornice dei suoi film. D’altra parte è stato uno degli autori della corrente della Berliner Schule, che nei primi Duemila cercavano di elaborare il post caduta del Muro attraverso i generi del melodramma, del noir, del thriller, linguaggi comuni agli spettatori di tutto il mondo; i fatti realmente accaduti sono subliminali. Ma ora Petzold sembra averla abbandonata la Storia, o quantomeno messa momentaneamente da parte, probabilmente a partire da Undine, 2020 (dove un esile ultimo accenno potrebbe essere rappresentato dalla protagonista Paula Beer, che di mestiere fa la storica urbanistica, specializzata proprio nella capitale).

Oltre ad abbandonare la pesante eredità storica del suo paese, Petzold lascia la città e si rifugia in campagna dove ambienta dinamiche sentimentali intense, dense e senza via di fuga nonostante l’ampiezza della natura e di case padronali piene sì di ricordi ma troppo ampie per chi ci abita. Ecco in cosa Miroirs No. 3 e il precedente Il cielo brucia (2023) potrebbero apparire comunicanti, sintomo forse di un altro momento, nuovo, nella poetica dell’autore.

Altri ritornelli: Paula Beer protagonista, che si chiama Laura come Nina Hoss in Jerichow (2008), e Barbara Auer al suo fianco – tutte e tre attrici feticcio di Petzold; un incidente d’auto; infine, come si è detto, ruoli, volti, identità che si confondono per sopperire a delle mancanze. Il sottotitolo in italiano di Miroirs No.3 recita Il mistero di Laura, ma a livello di non detti e sotterfugi neanche Barbara Auer/Betty e la sua famiglia scherzano mica. Laura non sembra stare particolarmente bene, né con se stessa né con il fidanzato Jakob (Philip Froissant) che non la capisce. Mentre la riaccompagna a Berlino, interrompendo una gita con amici fanno un brutto incidente: lei rimane miracolosamente viva e lui muore sul colpo. A pochi metri c'è la casa di Betty, con la quale Laura nel tragitto dell’andata e del ritorno aveva incrociato lo sguardo. Laura non tornerà a Berlino, non assisterà mai al funerale del fidanzato e si rifugerà tra le braccia di Betty, pronta ad accoglierla con amore materno e vestiti perfetti per la sua misura.

Ma Betty non è sola, anzi, ha un marito e un figlio che misteriosamente vivono lontano da lei e che grazie al ritrovamento di Laura cucciolo-fradicio-e-ferito riprenderanno i rapporti con la donna, non senza difficoltà. Perché appunto i non detti tra i tre e Laura sono tanti e non di poco conto, per cui se da una parte gli uni nei confronti dell’altra rappresenteranno una necessaria terapia d’urto per superare fantasmi e difficoltà e viceversa, d’altra parte la famiglia non si potrà davvero allargare.

Miroirs No.3 è anche il titolo del terzo movimento di una suite per pianoforte di Maurice Ravel, che Laura suona per allietare i tre benefattori (è una studentessa di piano, probabilmente in crisi proprio per il suo malessere esistenziale, mai davvero approfondito). Laura sa cucinare il piatto preferito del marito di Betty (Matthias Brandt, anche lui volto petzoldiano). Le sue magliette fucsia (una in particolare, della marca Babybel) sono l’unica nota di colore nella campagna uggiosa e nella famiglia che l’accoglie, tanto che i tre, ma soprattutto Betty, si rendono conto di non poter più fare a meno di quella giovane donna sì silenziosa ma sarta dei loro rapporti scuciti da tempo.

Nonostante il lieto fine, Miroirs No. 3 è appunto uggioso: nuvoloni dettati dall’accenno di inquietudine che comunica la campagna tedesca, dall’ossessività di Barbara Auer che piano piano si svela e dalla velocità con cui questi quattro estranei vomitano e si attribuiscono valore, amore, responsabilità tra loro. Accenno di inquietudine, appunto. Perché appare sin troppo algido, sbrigativo nella creazione di un’atmosfera febbrile e misteriosa, che non decolla mai e lascia a bocca asciutta. Lo sguardo di Beer vale più di mille parole, è il fulcro e il principale strumento della sua recitazione, ora infantile ora vecchissimo: quasi sprecato. Chissà, magari mi immaginavo che avrei visto un Rebecca la prima moglie. Il sottotitolo italiano mi ha sviato (e ingannato). Maledetti.

Ciò che più rimane è una scena: birrette stappate dopo l'esplosione della lavatrice, con questa canzone.