Sembra iniziare dalla fine È l'ultima battuta?, il terzo lungometraggio di Bradley Cooper. Sembra, per l’appunto, perché per le successive due ore è lecito chiedersi se sia davvero la fine della relazione tra Alex (Will Arnett, noto soprattutto per essere stato la voce originale di Bojack Horseman) e Tess (Laura Dern), che si conoscono da 27 anni, stanno insieme da 26, sono stati fidanzati per 2 anni e poi sposati per i successivi 20. Eppure di tutto quel tempo passato insieme non sappiamo ancora nulla quando i due, nei primi istanti del film, si lasciano. Non ci sono litigi, grida o isterie. Semplicemente, mentre si lavano i denti alla fine di una giornata qualsiasi, lei chiede a lui se sia opportuno lasciarsi. Lui, con il dentifricio che cola dagli angoli della bocca, conferma. Accordo raggiunto. Dormiranno insieme ancora una notte, non per un'ultima concessione di amore, bensì per una convenienza logistica.
È l'ultima battuta? assomiglia, diciamolo da subito, a Storia di un matrimonio. Non è però una copia carbone. Anzi, proprio nelle differenze con il grande film di Noah Baumbach stanno i suoi punti di forza. Per esempio, quello si apriva proprio rivivendo gli anni di matrimonio dei due protagonisti (per quanto, come si scopre presto, si è nel mezzo del racconto che questi stanno facendo durante una terapia di coppia). E per esempio non ci si grida in faccia quasi mai, perché Alex e Tess non si odiano come accadeva tra Charlie e Nicole. Loro non si sono mai traditi e a dirla tutta, in una splendida scena dei primi minuti, sembrano essere una coppia ideale. Sono appena stati a casa di amici, a cui hanno nascosto la loro separazione per non causare disturbi. Si lanciano delle frecciatine, ma quasi teneramente. Se ne vanno via insieme verso la metro. Tess inizia a spettegolare e poi insieme mangiano un biscotto alla marijuana trafugato ai suddetti amici. Poi salgono sul vagone mentre ridono come due novelli innamorati alla prima canna insieme. Avranno fatto quel percorso un milione di volte, tanto che Alex si è dimenticato un dettaglio: questa volta a lui tocca andare in un’altra direzione, non abitano più nella stessa casa. Di fretta scende dal treno, ma hanno ancora il tempo per salutarsi attraverso il finestrino. Lei si preoccupa per lui, che teneramente la tranquillizza. Sono momenti di grande cinema, quello per adulti, in cui le cose semplicemente sono più complesse di come sembrano. Un cinema che oggi (forse proprio da Storia di un matrimonio, prima che al pari degli altri anche Baumbach si infantilizzasse con le sue opere successive) è sempre più raro.
Bradley Cooper colma questo vuoto, come già aveva fatto nel precedente Maestro. Abbandonati i territori smaccatamente drammatici dell’esordio dietro la macchina da presa di A Star Is Born, il secondo lavoro raccontava proprio una relazione che si riempiva di amore dopo la sua fine. Era la storia di Leonard Bernstein e del suo matrimonio con Felicia Montealegre, finito per l’omosessualità di lui, ma non per questo svuotato di affetto. È l'ultima battuta? vede Alex e Tess lasciarsi non perché l’amore sia svanito – è evidente e Cooper lo racconta senza quasi mai lasciare spazio a simili dubbi –, ma perché fondamentalmente non hanno più stimoli. Lui lavora nella finanza, forse un tempo era un uomo brillante e simpatico, mentre oggi appare spento. Vagando per New York da solo come non gli accadeva da tanto, entra in un locale in cui si sta svolgendo una serata di open mic. Non vuole pagare i 15$ dell’ingresso e allora si iscrive alla serata. Arriva così il suo inaspettato e imprevisto esordio nella stand up. Quando è il suo turno, Alex sale sul palco e inizia a parlare. Non fa troppo ridere, non ha i ritmi giusti. Eppure fa simpatia al pubblico. E soprattutto si accorge che gli piace, che esibirsi lo fa stare bene. Il film allora racconta l’elaborazione dell’imminente divorzio attraverso questa sua nuova passione. Inizia a frequentare un nuovo ambiente, per la prima volta “suo” e non “loro”. E lo stesso fa Tess, ex giocatrice di pallavolo che, dopo aver vissuto come un lutto la fine della propria carriera, decide dopo la separazione di tornare allo sport, stavolta da allenatrice. Si sono spenti piano uno accanto all'altro, non si sono supportati come avrebbero dovuto. Uno dei due ha anche approfittato dell'orgoglio dell'altro per non doversi accollare i suoi problemi. Adesso cercano di ritrovarsi al di fuori della coppia. Le loro vite non assomigliano però mai a due solitudini. Ci sono i figli da non turbare e che forse sono una scusa per continuare a vedersi. Il film non si sposta mai da questo focus, i due (ex) coniugi. Non si va mai profondamente nella stand up né tantomeno nella nuova vita di Tess. Sono centrali allora i volti e i corpi dei due meravigliosi interpreti, un inedito (in un ruolo simile) Will Arnett e la solita grande Laura Dern.

Il primo apparentemente sostituisce lo stesso Bradley Cooper, fino ad oggi anche protagonista dei suoi film da regista. Apparentemente, già. Arnett infatti è chiaramente il suo alter ego, lo si capisce da come Cooper racconti principalmente il suo punto di vista, le sue serate, i suoi momenti con i figli. Durante le esibizioni di stand up gli sta addosso (anche fisicamente, dal momento che era egli stesso l’operatore di quelle sequenze), si concentra su di lui isolandolo completamente dall’ambiente e dagli spettatori. E poi è l’aspetto stesso di Will Arnett a sembrare studiato per renderlo un clone dello stesso Cooper. Provate ad osservare socchiudendo gli occhi le sequenze in cui sono accanto (il regista è infatti presente nel film in un ruolo secondario) e vi riuscirà difficile distinguerli.
È l'ultima battuta? ha forse un solo limite, ovvero quello di cercare a tratti di sfuggire alla sua stessa natura. In più aspetti infatti va alla ricerca di una soluzione più sofisticata di quella che un film del genere, una commedia sentimentale, richiederebbe. L’amante indefesso di Woody Allen che abita il sottoscritto, considera questa categoria degna almeno quanto un qualsiasi dramma bergmaniano. Parliamoci chiaro, non c’è maggiore dignità nella pesantezza piuttosto che nella leggerezza. E proprio per questo, per funzionare un film leggero come È l'ultima battuta? non ha bisogno di essere appesantito. Poteva durare qualcosa in meno e si poteva rinunciare ai momenti in cui si abbandona un linguaggio convenzionale per il genere per cercare invece un movimento che si presume più raffinato. Ecco, a tratti Cooper cerca in tutti i modi di andare verso Cassavetes. Ci prova, si vede, ma non ci si casca. Potremmo fare riferimento proprio alle sequenze con Alex sul palco, per esempio. Lì la macchina a mano si muove liberamente in sequenze prive di tagli in cui ci si avvicina e ci si allontana dal volto di Will Arnett sperando in quei primi piani. Si ricerca una libertà di movimento e un'intensità drammatica che però non risiede nella natura stessa dell'opera, alla base molto più levigata di Volti o La sera della prima. Si percepisce quasi la paura di Cooper di scomparire dietro ai suoi personaggi e al film stesso, al punto da forzare troppo la mano in senso opposto.
Se gli perdoniamo questa sbavatura, è però grazie ad almeno tre scene di altissimo livello che valgono il prezzo del biglietto. C’è quella iniziale in metro, di cui si è già parlato. Ce n’è un'altra, durante un’esibizione di Alex a cui assiste fortuitamente anche Tess (guarda caso quindi l’unica in cui ci si stacca da Arnett), in cui Laura Dern è in grado di trasmettere una vastissima gamma di emozioni attraverso il susseguirsi di micro cambiamenti nell’espressione del volto, in un’inquadratura da far studiare a chiunque voglia avvicinarsi alla recitazione. Riesce ad essere contemporaneamente confusa, sorpresa, furiosa, divertita ed innamorata. E poi c’è un confronto tra i due protagonisti che ruota intorno ad una foto che ritrae Tess da giovane durante una partita di pallavolo e che Alex ha appeso in casa sua. Non si è ancora detto nulla sulle cause della loro separazione, ma attraverso lo sguardo che i due riservano a quell'immagine è immediatamente tutto chiaro.
Sono tre momenti di alto livello che rendono questo un grande film, così come i tre lungometraggi finora realizzati da Bradley Cooper lo hanno già reso un autore da tenere in conto nell’industria statunitense contemporanea. Se A Star Is Born era un buon esordio “da sistema” e Maestro suggeriva le sue potenzialità anche in territori più complessi, È l'ultima battuta? è allora la definitiva consacrazione.