Certe volte durante Un anno di scuola non si riesce esattamente a cogliere che cosa i personaggi si stiano comunicando. E non si tratta delle varie lingue utilizzate (italiano, inglese, svedese, dialetto triestino), né tanto meno delle tecniche di ripresa audio. È tutto chiaro, ma dirselo è troppo complicato. L’incomprensione è emotiva, è la vita che va, con i sentimenti che non sono fluidi così che il loro scorrere tra i tubi/legami è incredibilmente difficile. Altra brutta notizia: quest’incomprensione non si abbandona nell’adolescenza, anzi persevera nell’età adulta. O si è troppo acerbi o troppo maturi.
Fred(rika, ovvero Stella Wendick), dalla Svezia, va a vivere a Trieste per un trasferimento lavorativo del padre e frequenta l’ultimo anno del Marie Curie, istituto tecnico in cui è l’unica ragazza. Vuole esistere, come persona e non come ragazza, ma è vittima della semplificazione: per i suoi compagni, obnubilati dagli ormoni e dalla cattiveria, è una vagina con i piedi. Ma Fred è troppo tosta, ha troppo etilene in corpo, come le dice il padre, come le mele che in mezzo ai kiwi velocizzano il loro processo di maturazione. Tre maschi, amici da sempre, con il loro intenso vissuto, si destano dall’approssimazione e con diffidenza e crudezza iniziano a volerle bene e a un certo punto la eleggono ad amico (il maschile non è un refuso). L’affetto che Antero, Pasini e Mitis (Giacomo Covi, Pietro Giustolisi, Samuel Volturno) impareranno a provare per Fred però non è esattamente privo di sfumature. Come neanche quello di Fred, s’intende. Così dalla spensieratezza di un nuovo inizio e di un ultimo anno, dalla felicità di giornate in eterna compagnia dei propri sodali fratelli, i quattro saranno travolti dall’amore, dalla difficoltà, dalla rabbia, dalla crudeltà, proprio perché l’equilibrio è sempre molto labile e torneranno a non comprendersi.
Un anno di scuola è un film sincero perché non elimina niente, non indora alcuna pillola e non risparmia nessuno. Urla a gran voce che le differenze purtroppo esistono e non si possono ignorare, che ogni azione ha le sue conseguenze, che Fred appunto non è un amico e che è tutto un gran casino. Che nei momenti più difficili e dolorosi non si riesce sempre davvero a comportarsi bene e nel modo migliore possibile e che l’amore può essere più affilato di un coltello quando si smette di provarlo. Fred, che appunto non è né ingenua né pura né innocente, sarà schernita, accolta e poi ripudiata, ma come le dice una dei suoi insegnanti (Silvia Gallerano) non può permettersi di fermarsi. Perché, ferita, dovrebbe guardare gli altri avanzare e lei rimanere indietro? Così ancora la rabbia giovane scalderà i motori e Fred riemergerà, sì sola, ma mai così potente sino ad ora, capace di un atto di forza e di volontà gigantesco e senza pari.
Le immagini, le dinamiche, le parole, i fatti in Un anno di scuola sono passionali, complicati, brutti, crudeli, spietati come l’adolescenza. E Laura Samani non avrebbe potuto far altro che consegnarli ai corpi non professionisti (la maggior parte) dei giovanissimi attori (tra di loro, Giacomo Covi ha giustamente vinto il premio Orizzonti per il miglior attore alla scorsa Venezia). Quattro ragazzi che vogliono solo essere amati, come lo vogliamo tutti. Il volto di Fred, roseo, stupito, infantile, consapevole, ammaliato, innamorato, eccitato. Lo sguardo di Antero colmo e tramortito dalla presenza di Fred, le magliette dei Prozac+ e dei Tre Allegri Ragazzi Morti, il dread rinsecchito che spunta sotto una zazzera. Il ghigno beffardo di Pasini, che pensa di avere tutto e invece non ha niente. L’imponenza di Mitis, quell’adolescenza che come una pozione magica ingigantisce, slabbra e deforma, e il senso di protezione più violento che esista. I loro giochi sono sigarette, birre, macchine, desiderio, musica, accendini roventi premuti sulla pelle, preservativi, libri, pugni, carezze, vestiti, tenerezza. Trieste come Palermo, come Stoccolma, come Hong Kong, quando le città e i paesi sono scenari di vite e corpi in crescita.
Questi attributi sono appartenuti e apparterranno a ogni individuo sulla faccia della Terra, in parte o tutti quelli elencati e probabilmente ne ho anche dimenticato qualcuno. Non è la malinconia che parla, ma la perfetta rappresentazione e la precisa analisi di Samani in Un anno di scuola (che è liberamente tratto dall’omonimo racconto del suo conterraneo triestino Giani Stuparich, del 1929). Nella vita, e ancora più intensamente nell’adolescenza, emozioni, persone, luoghi, oggetti ora ci sono e ora non ci sono più, e il dolore per il vuoto che hanno lasciato è profondo tanto quanto la felicità che si è provata quando sono stati conquistati; come questo film che purtroppo a un certo punto finisce.
E come finisce? Com’è iniziato, con un piano sequenza. Se nei primi minuti di Un anno di scuola entriamo dentro al Marie Curie, incazzati come solo nelle mattine adolescenziali, attraverso quella che potrebbe apparire una soggettiva della stessa Fred a posteriori, immaginandola salire a due a due gli scalini, con The Future degli Andy Warhol Banana Technicolor nelle cuffiette, alla fine la liberazione. Lo stesso percorso ma al contrario, dal Marie Curie verso il futuro incerto, pieno di solitudine, ma illuminato dal primo sole estivo che scalda ed è pieno di speranza. E stavolta siamo noi a guardare Fred, che avanza.
Dio, ti prego, fa che Gian Maria Accusani e Elisa si decidano a pubblicare la cover di Più niente, che io questa canzone l’ho ascoltata per la prima volta nel film e scoprire che la versione originale ha solo la voce maschile mi annienta perché non riesco a rivivere davvero quel piano sequenza finale, saggio sulla perdita e sul perdono.