Il diavolo veste Prada 2 è una sfilata. Nulla di più. Non solo per uno sboccato product placement gestito con meno della metà dell’eleganza e della funzionalità del capostipite, ma anche e soprattutto in quanto operazione pensata esclusivamente per lucrare su ruoli divenuti simboli, “scongelati” e ri-messi in scena in uno sconsiderato stravolgimento del senso ultimo del primo capitolo. 

Il diavolo veste Prada, firmato da David Frankel nel 2006 e giocato sulla trasformazione dell’outsider Andy Sachs all’interno della realtà di Runway di Miranda Priestley – una sorta di sport-movie al femminile – ci aveva infatti lasciato una morale semplice, ma cristallina: fare carriera in determinati contesti richiede ferocia, egoismo e pesanti sacrifici. Un prezzo che Andy, pur brillante e ricca di potenziale, si era infine rifiutata di pagare.   

Vent’anni dopo tutto è cambiato. Andrea è una giornalista affermata e Runway si ritrova nel bel mezzo di uno scandalo. Ma l’improvviso licenziamento della protagonista e del suo team – notizia di cui Andy e i colleghi vengono messi a parte tramite sms – promette di tornare ad intrecciare strade separatesi da tempo. 

Dirigere un sequel non è mai cosa da poco. Specie in casi come questo, quando cioè il marchio di un progetto ha nel tempo sovrastato e soffocato il progetto stesso. Non solo. Lo storico degli ultimi dieci anni (forse qualcosa in più) parla di un’industria cinematografica rimasta sostanzialmente bloccata in un loop di rilanci senza freni, dove alla creatività, complici una pluralità di fattori che riguardano anche il continuo evolversi del rapporto tra pubblico e sala, si è di fatto sostituita una retro-mania sempre più opprimente. 

Quello che tuttavia avremmo semplicemente potuto archiviare come film fiacco, poco illuminato o incapace di restituire la brillantezza del cult d’origine, è invece, a nostro dire, un’opera irricevibile. Che non si limita ad annacquare le caratterizzazioni dei suoi protagonisti, bensì, senza ritegno, decide di rimpiazzare la pur velata critica all’industria della moda (rappresentata dalle intriganti, ma velenose superfici di Runway e compagnia) con un accondiscendente peana per eleganti e facoltosi uomini e donne d’affari. Ritratti acriticamente e, anzi, perfino con “travolgente” simpatia, per spingere lo spettatore a empatizzare con i problemi di poveri milionari. Eccezion fatta per i primi quaranta minuti di film, che tra alti e bassi sembrerebbero quantomeno voler gettare le basi di un discorso poi rivelatosi inconsistente, Il diavolo veste Prada 2 è difatti un mieloso coacervo di buoni sentimenti, deciso a glorificare maschere e apparenze per convincerci della bontà nascosta nel cuore di ciascuno, carogne comprese. Al punto da ridicolizzare, in questo senso, la recente presa di posizione di Meryl Streep verso quella che l’attrice ha definito una “marvellizzazione” del cinema contemporaneo, dal momento che questo sequel, fondato tra le altre cose anche su un deciso ammorbidimento della cattiveria del diavolo Priestley, segue lo schema narrativo del più banale dei cinecomic, spingendo i protagonisti a mettere da parte vecchi dissapori per affrontare il nuovo nemico comune.

Anche ammettendo di poter chiudere un occhio sull’evanescenza degli interessi amorosi di Andy e Miranda (un sacrificatissimo Kenneth Branagh), sull’anonimo spot pubblicitario via drone reso ai luoghi cardine del centro di Milano e su alcune evidenti pigrizie in fase di scrittura (su tutte l’infarto occorso all’editore di Runway e necessario a mandare avanti la trama), è inoltre difficile perdonare a Frankel l’inabilità (o forse il disinteresse) nel capitalizzare e approfondire alcune buone intuizioni fornite in incipit, come il triste presente di un giornalismo soggetto ai “clic” o l’impellenza di salutare un mondo alla fine per accogliere gli strumenti e i linguaggi del nuovo. Idee solo accennate e messe rapidamente da parte a favore del racconto di una realtà in cui nulla ha conseguenze, e non esiste grattacapo che non possa essere risolto tramite lo scrolling di una rubrica telefonica e il coinvolgimento di coraggiosi miliardari filantropi.

Nessuno, beninteso, ha mai preteso McCarthy, Spielberg o le vertigini di Pakula. Da David Frankel  ci si aspettava quantomeno il coraggio di mettere a fuoco gli spunti offerti dalle contingenze; come il facile parallelismo, offerto su un piatto d’argento, su un cinema che forse, pur rivestito della calda coperta della cornice dei sequel/revival non può al momento sopravvivere senza l’ingombrante presenza di preziosi inserzionisti, ritrovandosi costretto a piegarsi a dinamiche esclusivamente commerciali.

Sarà per un'altra volta forse. O forse no. Visto e considerato che, a conti fatti, tutto è andato secondo (le peggiori) previsioni. E che Il diavolo veste Prada 2, lungi dall’attestarsi come il sequel del primo capitolo, è in realtà il sequel dei reel, delle icone, degli “effettivamente ceruleo” e di un cinema sempre più instagrammabile o tiktokabbile.

E allora, al diavolo tutto.