Appena un anno fa Pupi Avati entrava a gamba tesa sui social della bolla cinefila grazie al suo discorso di accettazione del David alla carriera. Non rilevando alcun tipo di populismo poco distante dalla banalità, tutti nella suddetta nicchia inneggiavano ad uno dei grandi maestri del cinema italiano che, scagliandosi contro la sottosegretaria al Ministero della cultura Lucia Borgonzoni, aveva difeso gli interessi di tutti. “Meno male che Pupi c’è” si leggeva, più o meno espressamente. Ed anche alla premiazione in sé la standing ovation era stata significativa, con l’intero sistema di lavoratori dello spettacolo che rendeva omaggio al proprio illustre portavoce. Come detto, un anno è passato. In sala c’è il nuovo film di Pupi Avati, Nel tepore del ballo. Chi l’ha visto? Guardandomi attorno, ho la percezione di essere l’unico. Come spesso accade, la bolla social non corrisponde assolutamente alla realtà, perché, rispondendo alla domanda, pare che nessuno (ad essere gentili, in pochissimi) abbia visto il film. 

In Nel tepore del ballo il regista mette in scena il dramma personale di un piccolo uomo nella comunità di Jesolo. Lui è Gianni Riccio (un poco credibile Massimo Ghini) ed è un noto conduttore televisivo da programmi patinati dell’Italia berlusconiana. Viene però arrestato per frode fiscale e costretto a tornare nella sua cittadina di provenienza per l’obbligo di firma. Qui incontra dopo tanto tempo Clara (Isabella Ferrari), sua prima moglie lasciata proprio per favorire la carriera televisiva, e pianifica il trionfale ritorno sulle scene.

Il lungometraggio soffre dal principio di un problema quasi contrario a quello di L’orto americano, precedente opera di Pupi Avati. Se in quel caso l’ambizioso ritorno all’orrore era trattato con un’attenzione formale maniacale, qui invece tutto assume i caratteri di un’apparente approssimazione. Dalla scelta degli attori alla recitazione stessa, dal trucco ai costumi, dalla scenografia alla fotografia, ogni aspetto di Nel tepore del ballo contribuisce a costruire un alone posticcio attorno al film, a cui per questo è difficile accedere e credere. Non aiuta allora in tal senso una certa ambiguità nella sceneggiatura, per cui non mi è ancora chiaro cosa Avati avesse intenzione di raccontare. 

Gianni Riccio incarna infatti l’Italia berlusconiana, smascherata e messa a nudo (letteralmente, in una rapida sequenza carceraria). Più che denunciata è però trattata con clemenza, come volendo riconoscere l’onore delle armi al nemico sconfitto. Inizialmente il regista sembra chiaro nel ritrarlo e, nonostante non vediamo mai suoi programmi, ci viene più facile accostarlo ad un Paolo Bonolis che ad un Enzo Biagi, per intenderci. Circondato da un entourage di yesman, appare poi uno scacchista machiavellico, capace solo di relazioni calcolate e non sincere. Dall’arresto in poi però, prima ancora che a cambiare sia lo stesso Riccio, sembra mutare lo sguardo di Pupi Avati, che si mostra benevolo, disposto a dimostrare allo spettatore che dietro a determinate maschere c’è sempre qualcos’altro. Riccio pare non essere davvero colpevole del reato a lui imputato, ha avuto un passato complicato, vuole rimediare agli errori commessi e tornare in tv con un approccio diverso, conscio di quanto fosse tutto finto dopo che i suoi presunti amici hanno adesso preso le distanze da lui. Insomma, il film parte apparentemente come una critica ad un sistema di intrattenimento che ha davvero causato danni irreversibili al paese Italia, ma con il passare dei minuti ne diventa quasi un’apologia. Dietro i capelli tinti e i volti di cera, c’è pur sempre un essere umano d’altronde.

Non siamo qui per psicanalizzare Pupi Avati, però, dopo aver lungamente criticato i propri rivali politici ed intellettuali (non ha mai nascosto le sue idee politiche), adesso che questi non ci sono più, si guarda indietro e li ritrae in una tragedia romantica che tradisce quantomeno un po’ di nostalgia. Come se, pur avendoli odiati, fosse comunque in grado di comprenderli, cosa che magari non accade nei confronti dei loro giovani successori del presente. 

Riccio ha proprio infatti i connotati di quella parte di italiani che per vent’anni ha detenuto il potere, lo stesso che Avati ha aspramente delegittimato nella sua carriera, ma nei confronti dei quali oggi si mostra più benevolo. L’apice di tutto ciò in Nel tepore del ballo si colora anche degli oscuri toni del maschilismo più becero. Per rientrare nel giro televisivo infatti, il protagonista e i suoi collaboratori elaborano un complicato piano, che prevede che Riccio stesso, ospite nel programma dell’amica affettuosamente chiamata La Morta (una Giuliana De Sio tra Mara Venier e Barbara D’Urso), riveli di essere in procinto di risposarsi con la prima moglie Clara. Quest’ultima però non ha intenzione di tornare con lui e ha acconsentito solo sotto ricatto di Riccio, che le ha promesso che in cambio la aiuterà a risolvere i suoi problemi economici. Anche in questo frangente egli è però mostrato con grande umanità e comprensione, costretto al terribile gesto solo perché messo con le spalle al muro dal suo staff. E, quando decide di venire meno al piano, Clara lo ringrazia come se questi avesse compiuto un atto di grande generosità. Lo ringrazia con affetto, così come tutti intorno a lui lo guardano come il Mandela di Invictus. Che grande gesto di umanità, decidere di non ricattare una donna e non costringerla a sposarti!

Nel tepore del ballo non merita allora di essere visto, perché questo Pupi Avati non è un grande maestro che fa un film minore, comunque capace di sprazzi di genialità sparsi. Questo è un regista che forse non è mai stato grande e che oggi ha poco da dire. Eppure mi chiedo: perché in molti si erano sentiti rappresentati da un artista che non sono disposti ad andare a vedere? Perché, se è davvero un maestro, nessuno ha alcun interesse a supportare i suoi film? Perché, parlando di un regista, si dà più credito a due frasette pseudo-progressiste pronunciate ai David che al filmetto berlusconiano che la medesima persona ha co-sceneggiato e diretto appena un anno dopo?