Esiste ancora un’alternativa all'elevated horror? Difficile a dirsi. Del resto, se escludiamo i soliti noti Aster, Eggers e Perkins e derubrichiamo Peele e Mitchell al rango di autori fin troppo raffinati per essere categorizzati così alla leggera, il panorama di genere contemporaneo appare sempre più affollato di registi ansiosi di produrre opere a cui appiccicare la famigerata etichetta – con tutte le cautele che una disamina di questo tipo, basata per l’appunto su una convenzione di nomenclatura, merita di vedere applicate. In questo contesto, senz’altro più variegato e complesso, e sul quale ci stiamo semplicemente divertendo a gettare uno sguardo d’insieme, la firma di Tyler Gillett e Matt Bettinelli-Olpin si sta però ritagliando uno spazio tutto suo. Riconoscibile, nel bene e nel male, per un’approssimazione votata al divertimento e a un intrattenimento quasi formulare.

Co-fondatori della Radio Silence Productions, balzati agli onori delle cronache dopo aver ereditato il franchise di Scream dal grande Wes Craven, i due registi sono infatti riusciti, negli ultimi anni, a elaborare un personalissimo non-stile. Di cui Finché morte non ci separi 2, sequel dell’omonimo del 2019, rappresenta una decisa conferma.

Se il primo tassello della momentanea (?) duologia con Samara Weaving ci aveva costretti tra le mura della magione dei Le Domas, forzando la novella sposa Grace a prendere parte a una versione mortale del gioco del nascondino e riconfermando, per l'ennesima volta, quanto l'horror sia un genere di spazi da attraversare (nella maggior parte dei casi ri-abitare) e di ruoli da sovvertire (la preda che diventa predatrice, qui sposina macchiata del sangue della sua prima notte di nozze), Finché morte non ci separi 2 ci consente allora di adoperare un vero e proprio tormentone delle perifrasi da recensore medio, "rilanciando la posta in gioco" – in tutti i sensi – e moltiplicando le parti in causa.

Come infatti già accaduto all'interno della saga di Scream, che nel passaggio di consegne in regia aveva visto la sostituzione dell’icona Sidney Prescott con i personaggi delle sorelle Carpenter, anche il nuovo lungometraggio di Gillett e Bettinelli-Olpin sceglie di fondare le proprie premesse sul concetto di sisterhood; e dunque su un altro rapporto da ritrovare e ricostruire, per poter fare fronte alle minacce del mondo esterno. Non solo, anche i nemici crescono di numero. Così, eliminati i Le Domas, a rivendicare un ruolo di primo piano sono altre quattro famiglie di un fantomatico Consiglio di potenti, decise a scannare Grace e Faith (Kathryn Newton) per ottenere lo scranno d’onore e governare il mondo.

Finché morte non ci separi 2 è insomma un film di sangue. Sia esso legame parentale o liquido organico, pronto a schizzare da un arto reciso o a mescolarsi alle budella in una pirotecnica esplosione alle prime luci dell'alba. Ma, pregno di situazioni grottesche, il lungometraggio del duo è soprattutto un'opera che gioca senza azzardi. Che all'ambiente della villa aggiunge quello del campo da golf, che ruba qua e là dal cinema action-satirico recente, e insieme da quello a sfumature più distopiche e complottiste, da Hunger Games, dal bel The Hunt di Craig Zobel, perfino dalla saga di John Wick – tra società segrete e messaggi che viaggiano da una parte all'altra del globo per attivare killer più o meno efficaci.

Quel che sorprende però è quanto Bettinelli-Olpin e Gillett, definitivamente "liberati" dalla responsabilità della Legacy di Scream – all'interno della cui cornice erano comunque già riusciti a fare emergere la propria vitalità giocosa e leggera – adoperino set e personaggi essenzialmente come immagini di superficie. Riciclando e sfiorando discorsi politici (a partire dalla lotta di classe), senza però alcuna volontà di scendere in profondità. Quasi che, di fatto, vogliano intenzionalmente astenersi dalla seriosità autoriale imperante, per rimanere sul piano del mestiere, dello scherzo sanguinolento e situazionale.

Al netto di una componente filo-drama fin troppo insistita, a tratti stucchevole nel voler ricondurre il rapporto tra Grace e Faith ai cliché della ricomposizione familiare, il film si dimostra quindi operazione solida ed estremamente coerente al percorso stilistico dei suoi artigiani. E per per quanto sia comprensibile sentire parlare di spreco, di occasione mancata, di un cinema (dis)impegnato a vivacchiare nelle sue formule e sicurezze, nei suoi refrain, nei suoi gesti e battute, la comedy-horror dei due cineasti, almeno per il momento, rappresenta una boccata d'aria fresca dalla saccenteria di alcuni colleghi di genere.

Lunga vita allora a questo instant-cinema e a chiunque, per qualsiasi ragione, abbia avuto l'idea di vestire Elijah Wood dei panni di un machiavellico portatore dell'anello in giacca e cravatta. Surreale, ma bello.