Non credo vi stupirete se premetto a questa recensione che considero l’incapacità di muoversi all’interno delle complessità del mondo uno dei problemi trasversali alla nostra società. Davvero. Qualsiasi questione, per essere resa comprensibile all’involuto essere umano del 21° secolo deve essere trattata velocemente, semplificata fino al midollo, al punto da renderla un superficiale distinguere il nero dal bianco. O al contrario, per quei pochi idealisti che ancora si sforzano a vedere il grigio (che spesso e volentieri è il reale colore delle cose), è necessario complicare il discorso con esempi, metafore e figure iper complicate, capaci di far alzare bandiera bianca anche ai più volenterosi dei comuni mortali. Il 78° Festival di Cannes, quello del 2025, ha invece riproposto attraverso Il caso 137 un cineasta tra i pochi a possedere il dono della sintesi. Ecco che con questo film, in sala in Italia dal 16 aprile, Dominik Moll è riuscito quindi ad osservare alcuni passaggi della recente storia francese – quelli riguardanti i disordini causati a Parigi dai gilet gialli a fine 2018 – e a trarne un racconto tanto profondo quanto essenziale. 

Léa Drucker interpreta Stéphanie, un ex membro della narcotici che, diventata madre, ha rinunciato all’operatività sul campo per passare dietro alle scrivanie dell’Ispettorato della polizia. Vigila sulla buona condotta di quelli che, di fatto, erano i suoi colleghi fino a poco tempo prima. Non sembra farlo in maniera particolarmente alacre, finché, in seguito agli scontri dell’8 dicembre 2018, non si imbatte nel caso di Guillaume Girard, ragazzo rimasto gravemente ferito da un colpo di flash-ball. Inizia quindi un’indagine per capire chi abbia sparato a Guillaume, mettendosi contro l’ex marito e collega, i sindacati, l’intero sistema di polizia e buona parte dell’opinione pubblica. 

Ciò che più colpisce de Il caso 137, come detto, è proprio la sua capacità di essere una perfetta sintesi dell’attuale stato delle cose francesi. C’è infatti il dibattito sugli abusi da parte della polizia, elemento centrale della democrazia che talvolta, o forse sistematicamente, si rende protagonista di atti che la delegittimano agli occhi della popolazione. C’è anche la questione – molto accesa oltralpe, già al centro del gemello I miserabili (2019), di Ladj Ly – legata all’utilizzo spregiudicato delle cosiddette flash-ball. Ma c’è anche la burocrazia, macchina kafkiana che sembra esistere per insabbiare le storture di uno Stato. E, in trasparenza dietro alle dinamiche del giallo, c’è la Francia degli ultimi anni, quella in cui è difficile capire che tipo di legittimazione popolare abbia il potere, in cui la frustrazione della classe media ha portato a scontri accesi con obiettivi poco chiari, con conseguenti caos e confusione.

Insomma, è un film molto stratificato e molto puntuale nel rendere tutte le complessità di simili temi, che, prima ancora di legarsi a ciascuno di questi con didascaliche esposizioni programmatiche, vive però della sua natura di genere. Come già visto nel precedente La notte del 12, che nel 2023 fece meritatamente incetta di premi ai César, Dominik Moll è un grande regista di genere. Il regista è infatti bravissimo a non rinunciare all’indagine in senso stretto, grazie a cui tiene agganciato lo spettatore e che gli permette di aggiungere di fase in fase tasselli al suo mosaico sulla società contemporanea francese. Il caso 137 è simile da questo punto di vista a L’ufficiale e la spia di Roman Polański. Se quest’ultimo mostrava i vari passaggi delle perizie calligrafiche o degli appostamenti, anche in questo caso lo spettatore svolge le investigazioni insieme alla stessa Stéphanie. Osserva le immagini insieme a lei, traendo con ella le proprie conclusioni, osserva con lei i sospettati e sta al telefono con i suoi superiori per chiedere un’ordinanza. Che meraviglia quando chi guarda il film è messo nelle condizioni di sentirsi partecipe all’indagine e non solo un osservatore esterno di qualcosa che è già avvenuto!

L’altra grande intuizione che sembra provenire proprio da L’ufficiale e la spia riguarda invece per lo più un elemento strutturale. Come Picquart, Stéphanie sembra infatti scontrarsi con un’indagine che sembra già segnata, irrisolvibile, con l’ambiente che la circonda (composto dagli stessi poliziotti) che sembrano negarle qualsiasi via di accesso alla verità. Ma, ancora come Picquart, entra in scena un elemento imprevisto che sembra ribaltare la situazione proprio quando le speranze iniziano ad esaurirsi. Erano Émile Zola e una classe di intellettuali idealisti allora, è una cameriera di un hotel in questo caso. Interpretata da Guslagie Malanda (la madame Coly di Saint Omer), Alicia fornisce a Stéphanie quella che potrebbe essere la prova decisiva, dimostrandole inoltre di fidarsi, di credere che anche in un sistema corrotto c’è la possibilità di incontrare qualcuno di onesto pronto a perseguire la giustizia. Come ne La notte del 12, la protagonista è però vittima di una sorta di ineluttabilità, come se la grande trama fosse sempre lì, pronta a schiacciare le spinte di un singolo e rimetterlo all’angolo. 

Moll dimostra così di essere in un ottimo stato di salute, fornendo uno dei migliori thriller degli ultimi anni. In un’epoca in cui la decostruzione e l’elevated sembrano l’unica strada per fare cinema di genere, il cineasta franco-tedesco invece è bravissimo a lavorare con i suoi tradizionali strumenti narrativi, dimostrando che c’è ancora spazio per questo tipo di film e, al contrario, che questi sono ancora un ottimo strumento per capire un po’ meglio il mondo che ci circonda.