Un uomo, canotta e pantaloncini corti, dorme su un letto che è saldamente in bilico sul proscenio, sul limite massimo; il sipario lo attraversa e lo copre; è un compositore napoletano. Si sveglia e spiega le ragioni delle sue disgrazie, le spiattella senza vergogna mentre nel farlo si altera: percorre quindi un monologo-esegetico del suo metodo compositivo, e spesso si ha anche l’impressione che il ritorno dell’intero incipit altro non sia che l’analisi chirurgica di un’ossessione. Alle sue spalle un salotto borghese con pianoforte, diversi quadri, un divano, la porta del bagno. Gli altri personaggi: sua madre, la madre di sua figlia, la figlia, il ragazzo di sua figlia. Già la scenografia ci dà un assaggio del tono sul quale Stanza con compositore, strumenti musicali, donne, ragazzo si muove. Siamo, infatti, dentro l’immaginario della Napoli decadente, di quelle famiglie che dopo un passato nobiliare adesso sono sfiorite. Come mangiate dalla loro stessa immobilità.
Il compositore (Lino Musella) oltre a specificare di essere un alcolizzato, ci tiene a sottolineare il rapporto ambiguo che intrattiene col pubblico (quello che nella finzione giudica le sue opere insufficienti o strampalate e quello tra gli spalti, che ora chiama «amici» e ora insulta gridando). La critica del settore quindi ne contesta i meriti, e allora lui si arrocca nella sua presunta genialità. Vive per la musica mentre il resto progressivamente scompare. Famiglia, amore, soldi, igiene personale. L’ossessione, come dicevo. Ecco che quindi il cuore dell’intera opera si spiega tutta nei rapporti con le altre persone nella stanza.
Il primo scontro è quello con la madre (Iaia Forte), donna decisa e squillante, attratta morbosamente dalla mondanità e dalle apparenze. Lo scontro col compositore è pressoché totale, completo, e quest’ultimo non fa altro che incolparla di una promiscuità fuori controllo; vale a dire il motivo per cui lui sarebbe cresciuto così instabile e problematico. Il complesso edipico è quindi il motore di questo primo incontro («complesso di Edipo fase anale»), e la sequenza si chiude con la partenza, o l’ennesimo abbandono, della madre verso Venezia, con tanto di cappelliera calciata con rabbia dal figlio in ultima battuta.
Un altro personaggio che interviene (annunciato sempre dal suono del campanello) è quello dell’usuraio (Giorgio Pinto), personificazione della rovina finanziaria che il compositore vorrebbe nascondere sotto il tappeto, ma che a conti fatti lo porterà al totale svuotamento del salotto – ora i quadri, poi i tappeti appartenuti al nonno, poi le sedie... Questo dell’usuraio è un personaggio interamente beckettiano – nei termini di una co-interdipendenza tra esseri umani forzata e oppressiva, manifesto di una concatenazione tutta contemporanea –, che altro non farà, lungo il corso di Stanza con compositore, strumenti musicali, donne, ragazzo, che annientare le velleità immateriali del protagonista («a lui la musica, a me le cose»).
Arriviamo poi al secondo incontro, quello più intenso e toccante, quello con la ormai ex compagna e madre di sua figlia (Tania Garriba). Anche in questo caso lo scontro è forte, e non lascia alcuna via di scampo. Lei viene rimproverata (mentre scrivo mi rendo conto di quanto il protagonista sia repulsivo verso le persone della sua vita, e penso che magari è proprio questo ad averlo portato alla rovina. Mi sembra utile e significativo notarlo) di una inesistente aderenza alla verità della vita, perché assorta da un intellettualismo, a detta del compositore, sciatto e fastidioso. La loro storia si gioca tutta sull’avversità, alla rincorsa di un compromesso che evidentemente non è stato mai trovato, sulla forza nel restare dentro quell’immagine evocativa e bellissima del «cerchio magico». Poi però, ecco che la donna, quasi all’improvviso, se ne va. Esce di scena; mentre il compositore è ancora preso dal rimprovero per la rabbia di ciò che è stato. E proprio per questo, nemmeno si accorge che la donna non c’è più. Si volta e la cerca. Troppo tardi. Che immagine stupenda per descrivere l’amore.
L’ultimo segmento, infine, è dedicato al rapporto di tenerezza con la figlia (India Santella) e alla sua idea di amore; poiché è legata sentimentalmente al ragazzo (Matteo De Luca). Padre e figlia si divincolano nei discorsi in merito ai rapporti sentimentali, ed è subito evidente come il compositore rovesci costantemente le sue insicurezze addosso ai due giovani; mentre questi tentano, invece, una resistenza ostinata contro le intemperie dell’adulto. A questo punto l’usuraio, che nel mentre ha già saccheggiato quasi interamente la scenografia, interviene a prendere le ultime cose rimaste. Il letto in bilico e l’appariscente lampadario al centro della scena.
Adesso l’annullamento si è compiuto, e la rovina è sopraggiunta. E l’ultimo monologo del compositore, nello slancio di disperazione e commiserazione, si presenta come il momento più interessante di tutta l’opera: nel parlare ancora dell’ossessione (nell’incipit l’esemplificazione più riuscita era quella di «parole e merda») il discorso vira verso una curiosa deriva tutta meta linguistica, con l’approdo verso la fonetica e la morfologia (la modificazione offerta «dai segni di interpunzione»); come se il testo solo adesso avesse davvero preso consapevolezza del mezzo e del linguaggio proprio. Tutto suona come un addio sentito alla scena, che avviene parlando proprio dell’unica cosa che in fondo conta davvero. Ossessione.
Al netto di ogni suggestione che agisce sul sottoscritto (Morte di un matematico napoletano, co-sceneggiato da Fabrizia Ramondino e Mario Martone, per dire, tocca quasi le stesse identiche corde tematiche di questo testo teatrale inedito: genio e sregolatezza, ed è proprio uno dei film che più hanno formato la mia visione critica), va detto che Stanza con compositore, strumenti musicali, donne, ragazzo risente di una esecuzione sbrigativa e frettolosa difficile da ignorare. Oltre l’ottima performance di Lino Musella, infatti, tra le righe è ben visibile un incompiutezza nell’insieme che lascia lo spettatore non del tutto sazio, e la durata di poco più di un’ora non fa altro che mettere in risalto la poca accortezza nell’indagine profonda che si vorrebbe fare del protagonista. A conti fatti, quando il sipario si chiude sulla scena ormai completamente svuotata, è difficile alzarsi per uscire senza sentire addosso un senso di occasione colta solo a metà.
E mi rendo pienamente conto che quanto ho scritto tra parentesi nel paragrafo precedente è vero. Forse anche troppo. Sono andato a vedere lo spettacolo di Martone con l’aspettativa di chi sapeva già che lo avrebbe amato alla follia. Ma non è successo. Poi è arrivata l’insoddisfazione. Quindi è nato il disappunto, e solo infine è sorto il dubbio. Mi sono confrontato spesso in questi giorni, parlandone con Francesca, con il fatto che la delusione arriva spesso dall’arte, quasi sempre dagli artisti che amo maggiormente, mai da quelli che disprezzo. Memorandum. Imparare a calmierare la mia ossessione, per imparare ad abbracciare la freddezza del giudizio critico.