Dimenticate la fitta boscaglia, le armi, le cornucopie e gli sponsor. Dimenticate città futuristiche, presentatori sgargianti e copertura mediatica. Dimenticate baccelli, infidi strateghi e storie d’amore impossibili. Quel che rimane è una strada. Una lunga, interminabile strada. 

La nuova arena di Francis Lawrence non ha la forma di un orologio, né la geografia sotterranea di una capitale bombardata dai ribelli. La nuova arena di Francis Lawrence è una linea di cemento e sangue. È l’America. Quella dei grandi spazi aperti e dell’immaginario cine-letterario. La conosciamo, l’abbiamo vista e ritratta, l’abbiamo percorsa. Tendendo l’orecchio, in lontananza, potremmo perfino avvertire il rombo di vecchie auto o il beat anticonformista dei ragazzi del dopoguerra. I loro versi, le  loro canzoni, il ritmo dei loro sogni. Ma sarebbe solo un’eco, lontana, distorta, alterata dalle pagine di un romanzo che quei giovani li ha voluti sottomessi, disperati, l’uno contro l’altro. A sua volta filtrato dalle atmosfere dello young adult distopico contemporaneo – che autrici come Suzanne Collins e registi come Francis Lawrence hanno contribuito a cementificare nella nostra memoria più recente. 

L’America dunque, o almeno una sua tragica proiezione. Ripescata dalle righe di King (o Bachman che dir si voglia) e proiettata su grande schermo, tràdita e tradita dal cineasta statunitense classe ‘71. L’America dei MAGA (il “maggiore” di Mark Hamill) e de La lunga marcia. Ma soprattutto l’America di Raymond Garraty, Peter McVries, Stebbins e tanti altri adolescenti, decisi a camminare senza sosta e fino allo sfinimento, nella speranza di conquistare l’ambito premio e assicurare un futuro alle proprie famiglie.  

Considerate queste promesse, la convergenza King-Lawrence a quasi cinquant’anni dalla prima pubblicazione del romanzo (1979), non può certo dirsi una sorpresa. Così come non desta stupore sapere che, in momenti diversi della storia dell’industria, i nomi che più si sono avvicinati a un adattamento cinematografico dell’autografo siano stati quelli di George Romero e Frank Darabont – da sempre devoto alle opere dello scrittore.  

Del resto, i giovani zombie descritti da King, "moschettieri" ribelli provenienti dai distretti di un Paese al collasso, rappresentano punti di accesso privilegiati per rielaborazioni plurime del materiale d’origine. E l’approccio del regista di Hunger Games, pregno di ricami, citazioni e omaggi evidenti alla saga che lo ha reso celebre, è forse quanto di più prevedibile potessimo aspettarci all’interno del panorama cinematografico odierno. 

Le alleanze fra “tributi”, la struttura dell’intreccio e la possibilità, più volte paventata, di una duplice vittoria contro il sistema, raccontano infatti di un film pensato e diretto con il pilota automatico. Simile, nella sua timidezza di fondo, al già deludente The Running Man di Edgar Wright (ancora King/Bachman), privo di guizzi, di qualche intuizione visiva e confinato nella stancante riproposizione di una manciata di inquadrature scolastiche. 

Certo non manca, va detto, il desiderio di Lawrence di provare a restituire la disarmante attualità dell’opera di riferimento. Che al panopticon alla Grande Fratello, base fondante di ogni distopia contemporanea su carta o schermo, aggiunge un ulteriore livello di analisi relativo allo sguardo dei partecipanti alla marcia: costretto in avanti, ma senza domani, fisso nel nulla e dimentico dell’Altro. Elementi che il cineasta, in una sorta di ribaltamento prospettico, ma non concettuale, del terrore “all’indietro” del bell'It follows di David Robert Mitchell, cerca quantomeno di fare suoi. 

Purtroppo però non basta. Anzi, fin troppo occupato a replicare una formula rassicurante declinata più e più volte nel corso degli ultimi tredici anni, Lawrence sceglie di discostarsi da uno dei suoi grandi marchi di fabbrica, cioè la (quasi) totale aderenza al testo letterario. Con un taglia e cuci qua e là indovinato, ma che confluisce nel cambiamento del finale dell’opera.    

Il risultato è un film per certi versi smussato del pessimismo nichilista che permea l’originale o che, pur riuscendo a suggerire toni e temi delle pagine di King, avrebbe avuto bisogno di un supporto per immagini decisamente più incisivo.