Lo straniero sembra proprio uno di quei film ai quali è possibile reagire alla visione in soli due modi. Si può rimanere ammaliati, folgorati e l’ammirazione è probabilmente e principalmente causata dalla fedeltà, del film e dello spettatore, al testo originario – dal titolo omonimo, di Camus, pubblicato nel 1942, e già reso cinematograficamente da Visconti nel 1967. L’alternativa è l’indifferenza, forse anche un po’ di noia.
Meursault è un giovanissimo e bellissimo impiegato residente nell'Algeri occupata dai francesi e interpretato da Benjamin Voisin, il cui candore cromatico destabilizza la cella della prigione, abitata esclusivamente da algerini, dove viene incarcerato perché «j’ai tué un arabe» (ha ucciso un arabo – non un uomo). Un lungo flashback ripercorre l’inizio della vicenda sino al processo: la morte della madre del protagonista, la storia d’amore subito successiva con Marie e gli impicci con l’amico Raymond (che porta lo stesso cognome della madre di Camus, Sintès) che faranno macchiare d’omicidio il giovane uomo indifferente alla vita.
Tutt’intorno l’idillio del colono: spiagge mozzafiato, sudore appena accennato sulle fronti, corpi eccitati, bagni refrigeranti, tende chiare che svolazzano calme, autoctoni esotici che agli sguardi dei francesi non hanno più importanza e spessore di un ninnolo o di un animale da pascolo che passeggia piano e indisturbato. Immagini immerse in un bianco e nero estetico, malinconico, che vuole accennare una certa gravità, dei temi, delle sensazioni, dei tempi, di ieri e di oggi.
Una certa gravità che si ritrova nel volto disteso e imperturbabile di Voisin, che più che dal male di vivere sembra essere affetto da spocchiosità cronica; sarà perché è troppo bello o troppo biondo o troppo giovane per sopportare il peso del personaggio, ma forse è una prerogativa di tutti in questo film, eccezion fatta per l’intensità di Rebecca Marder, che dona a Marie proprio quell’amore incondizionato (ma responsabile) per un uomo purtroppo investito dall’insensatezza della vita. E per il Salamano di Denis Lavant: un personaggio secondarissimo, ma exemplum grottesco (come tutti i matti dei villaggi) dell’assurdità delle società. Lavant ricorda il protagonista di Beau Travail (Claire Denis, 1999) vent’anni dopo, davanti al quale si rimane sì sbigottiti, ma più dalla portata del suo stesso corpo attoriale che dal desiderio di Ozon di creare un immaginario. Anzi, a tratti appare proprio ridicolo, utile solo ad aggiungere “con la partecipazione straordinaria di” nei titoli di coda.
Meursault/Voisin dà il suo meglio nell’exploit finale che chi non ha letto il romanzo anela per tutte le due ore del film, travolto dall’indifferenza che si sta svolgendo sullo schermo, in netta concordanza con i principi espressi da Camus nel secolo scorso. Principi e discorsi che di certo ben si adattano anche al nostro presente e la loro importanza e attualità forse Ozon le sottolinea nella scena finale, in cui la sorella dell’uomo ucciso da Meursault fa visita alla tomba del fratello su un promontorio (inutile dire, anche questo travolgente) che si affaccia sul mare. Come a dire di non dimenticare del punto che sfugge alla comunità descritta nel romanzo e nel film che, piuttosto che vedere un uomo ucciso da un altro uomo, condanna l’omicida per i motivi più futili (la sua indifferenza, appunto, emotiva e nei confronti delle accuse rivoltegli).
Chissà se il prolifico, eclettico e giustamente carnale Ozon, in concorso a Venezia l’anno scorso, si sia perso nei primi piani di Voisin, che sbuffa il fumo di mille sigarette piano e a labbra strette, e abbia mancato l’occasione per calcare la mano su quanto ci sia di spaventosamente attuale in questa storia.